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1000m Appennino Appennino Bolognese couloir ice climbing relazioni

Canale dei Bolognesi

Corno alle Scale  – punta Sofia 1939m

Lizzano in Belvedere (BO), Appennino Tosco Emiliano

“Mai sottovalutare l’Appennino …”

Me la ricordo ancora bene quella salita.

Doveva essere un approccio per Andrea e Marco a qualcosa di più ingaggioso, alpinistico e formativo rispetto ai bonari canali nord ed invece ne risultò una vera prova di nervi per tutti.

Già una cordata davanti a noi aveva desistito per gli abbondanti spindrift misto detriti, quella giornata ci siamo incaponiti e col senno di poi abbiamo giocato un jolly difficilmente ripresentabile.

Oggi anche io mi calerei.

Ma quella giornata deve esserci stata una alchimia di: esuberanza, voglia di esplorazione e senso di collaborazione tra i componenti della cordata, quel mix magico che rende possibili salite sennò poco probabili.

Tutto è andato bene alla fine,  perchè già uscire dal Bolognesi senza graffi, a qualunque ora o dopo qualunque lasso di tempo io lo interpreto come un buon auspicio alla vita.

Canale che non ha eguali in Appennino e da farsi, per gli appassionati, almeno una volta nella vita.

Ma una sola eh !

Nicola B.

Alberto Caprara sorridente nel suo ambiente.

In ricordo di Alberto.


« Il Corno alle Scale:

Bella e importante vetta protesa a N del crinale appenninico, ben visibile
soprattutto dalle vallate emiliane dei fiumi Panaro e Reno, tra le
provincie di Modena e Bologna. Il toponimo deriva dall’aspetto stratificato
dei suoi versanti settentrionali e orientali, a picco sulla Valle del
Silla, mentre più dolci e modellati dai ghiacciai sono i versanti occidentali
sull’alta Val Dardagna, detta in antico Val di Gorgo.

… vetta principale, detta Punta Giorgina 1945 m, mentre la cima N, chiamata
Punta Sofia 1939 m, ospita la croce di vetta e, pur essendo più bassa, si può
considerare il vero Como, per l’elegante forma e il vasto panorama. È costituito da
“arenarie del M. Cervarola”, su cui poggia in vetta un piccolo strato di “arenarie di
M. Modìno” …

… il Canale dei Bolognesi …  Si tratta di una delle vie più dure
e spettacolari del gruppo montuoso.  »

da TCI 2003 © APPENNINO LIGURE E TOSCO-EMILIANO, M. Salvo – D. Canossini


Apritori:

L. Lunghini, N. Stagni, O. Bellotti il 9/3/1974 sulla destra

e da M. Clerici, A. De Col, M. Mattioli nell’inverno 1975/76.


Avvicinamento:

Si prende il sentiero 327 che parte sulla destra del lago Cavone. Il sentiero sale nel bosco, spesso è presente una bella traccia vista la frequentazione da parte di ciaspolatori del luogo.
Si passa su qualche ponticello e poi il bosco si apre vistosamente lasciandoci vedere la croce di vetta e tutta la parete N del Corno. Ci si dirige invece ad E, verso la sella che sta tra il Monte La Nuda a nord e il Corno alle scale a Sud (cresta dei Balzi dell’Ora).
Giunti alla sella si scende di circa 100 m, poi si traversa a destra (quindi in direzione S) rimanendo sempre al limite boschivo superiore. Si superano in traverso orizzontale alcuni colatoi secondari e quando si osserva la croce di vetta si punta direttamente al canale ora evidente ed ad un grosso masso al centro del canale, riparato da scariche.


Descrizione via:

La pendenza iniziale è sui 40° su neve non troppo compatta. Il canale si incassa man mano ci troviamo dentro un’invitante imbuto per le valanghe (tracce recenti).

Si accentua un po’ la pendenza e si trova un chiodo sullo sperone sporgente al centro del canale, che integriamo con fittone e altro chiodo da roccia, organizzando così la prima sosta.

  • L1: Da qui inizia la via a tiri, che fino in cima manterrà la pendenza sui 75°, e assumerà le caratteristiche di un itinerario di misto delicato, roccia, ghiaccio, neve, e..terra e erba. Decidiamo di salire a sinistra, anche se con copertura nevosa migliore, probabilmente sarebbe meglio a destra. Si inizia dentro un diedro di misto dove la neve è scarsa, quando c’è spesso è un piccolo accumulo farinoso. Frequenti e fastidiose gli spindrift che colpiscono in pieno. Dopo pochi metri occorre effettuare un traverso a destra delicato che permette di salire ben più agevolmente verso l’alto, piegando un po’ a sinistra. La salita viene interrotta da un tratto poco coperto, dove ci affidiamo ai ciuffi d’erba. Altra sosta realizzata su neve poco consistente con fittone, due picche e chiodo (infisso e recuperato). Il tiro si sviluppa con 50-55m di corda, il primo arriva a fine corda puntando a fare sosta più su ma dovrà tornare sui suoi passi. Non troviamo chiodi intermedi, quindi le assicurazioni le mettiamo noi: un chiodo da ghiaccio in un ciuffo d’erba ghiacciato e un fittone in 55 m.
  • L2: la salita ricomincia su buona goulotte per 8-10m, poi terreno scarsamente innevato, ancora ci affidiamo ai cespugli affioranti dalla poca neve. Tutto il tiro si sviluppa in questo modo, su tratti abbastanza precari a parte l’uscita. Nonostante il canale sia evidentemente a destra, si notano due chiodi su una placca a sinistra, se si vuole attrezzare una sosta su 3ch (sconsigliata), integrata da noi con un chiodo da roccia (lasciato). Per arrivare qui però occorre risalire un tratto piuttosto verticale e precario, di neve farinosa e senza ghiaccio o neve dura. Questa sosta a differenza della precedente è ben più solida (e meno male) ma notevolmente più scomoda obbligando a stare in aderenza sulla placca. Il tiro si sviluppa su circa 30m.
  • L3: Per tornare sulla via occorre affrontare un traverso delicato a destra di 8-10m, inizialmente in discesa. A causa della qualità della neve occorre un po’ di manovre di corda per calarci e affrontare il traverso 5m più in basso della sosta. Tutto ciò porterà via un sacco di tempo, solo per le calate e ri partenze dei secondi, circa un’ora. Si ricomincia a salire su scarsa neve, ringraziando i ciuffi d’erba che conservano qualcosa di solido dentro di loro. Dopo 7-8 m la neve si fa più abbondante e lo scivolo di neve ben più piacevole anche se sui 60° (neve dura finalmente) e circa dopo 15m dalla sosta si trova sulla roccia a sinistra altri due chiodi ai quali si rinvia. A posteriori era meglio farla qui la sosta S2.  Gli ultimi 30m sono i più piacevoli della giornata, non solo perché ci portano alla fine del canale, ma perché sono quelli di una consistenza nevosa solo sognata e agognata nei metri precedenti. Usciamo e buchiamo cornice direttamente un pò a dx 75° (fittone appena sotto) e poi su verso la croce, ulteriori 20 metri verso sinistra, si trova un cavo metallico con asola cui poter assicurare la cordata S3. Corda vincolata lì in sicurezza, ma vera sosta fatta appena sopra la cornice ed integrata con fittoni (in modo che il capocordata possa dialogare coi secondi).

Discesa:

Scendere verso W, costeggiamo l’abisso della parete nord, e arrivati all’altezza del cabinotto della seggiovia o poco più giù, prendere il sentiero della Porticciola, 337 e scendere con traverso E, NE che prima in mezzo al bosco poi  adduce alla conca della parete N del Corno alle Scale e quindi si torna al punto dove in salita la parete si è spalancata ai nostri occhi. Quindi riprendere di nuovo per il sentiero fatto al mattino.


Difficoltà:
D (con le condizioni trovate D+ / TD-)
75°, AI 3, M3, R4, III imp.

Compagni:

Salita del 26/02/2011 con: Andrea Pellegrini e Marco Mazzoli


Equipaggiamento:
  • Materiale: 2 piccozze (1 con martello), ramponi, corda min 60m, casco, 2 viti ghiaccio, 2 chiodi a lama, 4 rinvii, cordini.

Tempi previsti:

circa 1.5+4 h (noi 2.5+8h !)


Cartografia:

Carta dei sentieri | Alto Appennino Bolognese


Bibliografia:
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1000m climbing couloir Gruppo montuoso ice climbing Piccole Dolomiti vajo

vajo dell’Acqua

[:it] 

 

C

– m – Gruppo Carega, Piccole Dolomiti (VI)

Apritori:


Descrizione:


Accesso:


Esposizione:

S – SE


Relazione salita:

L1 = m,

 

 


Ripetizione del 22/01/2011

compagni:


Schizzo:

 


Discesa:


Note:


Cartina:


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https://www.youtube.com/watch?v=8u5RutobT84[:]

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1000m Appennino couloir Giovo Rondinaio ice climbing relazioni

Canale centrale Giovo e Cresta Rondinaio

Monte Giovo 1991m

Il suono rassicurante dei ramponi mi attraversava. Poche volte in Appennino ero riuscito ad intaccare con così tanta soddisfazione la neve invernale.

Il lago Santo tra le mie caviglie era già piuttosto lontano ma il suo speculare candore sembrava dare luce a questo ombroso canale.

Ma forse era solo il riverbero di una alba vicina che si intuiva dall’accendersi dei candelotti di ghiaccio sopra le nostre teste. Poco sotto quello che percepivamo essere il termine.

Alcuni passi sulle mani ben ferme prolungate nelle becche e ci ritroviamo in una quinta glaciale degna di qualche goulotte nelle occidentali.

Lo stupore è forte e mi giro intorno più volte per fissare quei riflessi. Qualche zolletta di ghiaccio sul casco ci riporta alle intenzioni e filato l’unico tiro di corda, dopo settanta metri mi ritrovo fuori, in quel pieno sole che fino a poco prima percepivamo.

Tutto diviene nel solito senso e sensazione:

Natura,

con me ed il mio compagno Mirko che ne chiediamo un poco da respirare e portare giù.

Pianto facilmente un fittone nella neve dalla epidermide gelata e recupero la corda senza fretta. Mirco impiega fin troppo poco tempo per togliere le tre protezioni che avevo disposto: una vite da ghiaccio che al parcheggio volevamo lasciare in auto perché “Tanto in Appennino le viti non servono!”, un chiodo piantato per metà ed un altro che ho trovato in loco, segno di svaghi passati e sicurezza per i futuri.

La partenza all’alba ci dona ancora solitudine in questo angolo sopra la pianura padana, si scruta intorno solo neve ghiacciata e modellata dal vento. Le piogge dei giorni passati ed il forte gradiente termico hanno cancellato ogni segno antropico ed ancora più grande è il dono di passeggiare su queste creste con l’illusione effimera di essere i primi, i soli.

Con poche parole ci concediamo il lusso di prolungare questa esperienza, capiamo entrambe che il momento ha la sua piccola magia e vogliamo solo dilatare il più possibile questo spettacolo.

E’ per questo che scendiamo senza voler scendere verso il Rondinaio, rinunciando senza rimorso alla più logica e veloce via normale.

La cresta invernale sul crinale l’avevo già affrontata anni fa in salita e complice le condizioni trovate quest’anno ed un po’ di ricordi offuscati, ammetto si è rivelata più delicata del previsto. In particolare per evitare del misto poco proteggibile, dato il cavo della ferrata sepolto, abbiamo aggirato i balzi rocciosi dell’Altaretto con una esposto traverso a SW affrontato con lucidità ma anche in apnea.

Subito dopo la vetta del Rondinaio era sotto di noi e nulla ormai potevamo inventarci per rimandare la discesa.

Ad ora di pranzo eravamo già all’auto, sazi di una giornata dal sapore quasi Alpino e che ci ha permesso di godere di quell’alpinismo fatto di grandi classiche alla portata di tutti che

tanto sa donare a chi piccolo ci si avvicina.

2010 AAA … Attrazione per Alpinismo in Appennino


Accesso:

P nell’ampio spiazzo del parcheggio del lago Santo a circa 1450m (maps link).
Assicurarsi preventivamente della percorribilità della strada di accesso da Pievepelago -> La Borra -> Le Tagliole che in caso di abbondanti e recenti nevicate potrebbe essere di difficile accesso anche con le catene.

Relazione:

Dal P salire al rif. Vittoria e stare bassi sulla dx (viso monte) sul sentiero 529 costeggiando il lago Santo in direzione N-W passando i rifugi fino alla sua punta a nord. Lì abbandonare il sentiero e sempre costeggiando il lago dirigersi verso un evidente impluvio nevoso tra 2 quinte rocciose.
Questo è il nostro canale e dopo un primo tratto a debole pendenza sui 1600m prende un po’ di verticalità sui 50/55° solitamente su buona neve trasformata, qui conviene legarsi.
Il canale sopra si restringe ad estetica goulotte che con ripida salita (sosta con chiodi a sinistra sotto una sporgenza rocciosa) supera la strettoia, spesso di ghiaccio vivo (55/60° utili viti).
Sopra la pendenza diminuisce ed in breve si raggiunge la cresta Nord, seguendo la quale, con logico percorso verso sinistra SUD si tocca la vetta del Giovo sovente verglassata a meringa.

Traversata e Discesa:

Si segue il crinale 00 stando sul lato toscano ed in direzione SUD abbassandosi dapprima sulla Grotta Rossa e poi sull’Altaretto ove si usano i tratti attrezzati o, se sepolti dalla neve, si va in piena parete sud ( pendenze 40/45°) fino alla sella della Porticciola 1903m che qui regala una splendida visione della cresta e versante nord, fino al m. Rondinaio.
Stando sempre sul crinale si scende ad una sella e poi in breve si raggiunge la cima del monte Rondinaio 1964m con altro magnifico belvedere sulle cime circostanti ed orizzonte.
Per tornare al P si scende per percorso non obbligato sul sentiero 523 in direzione del lago Baccio puntando a costeggiare la sua sponda sx e poco dopo tramite il 519 si giunge al parcheggio.

Tempi previsti:

  • Dal lago Santo alla cima del Giovo 2.5/3 ore (dipende molto dalle condizioni e dai tiri di corda usati)
  • Traversata dal Giovo al Rondinaio 60/90 min
  • Discesa Rondinaio, lago Baccio, P circa 30 min

Dislivello:

+550m -550m

Materiale:

  • NDA, casco e ramponi 12 punte
  • 2 piccozze (1 con martello)
  • corda min 50m
  • 2 viti da ghiaccio corte, 2 chiodi universali, 4 rinvii, cordini.

Bibliografia:


Tracciato salita:

tracciato del canale centrale al monte Giovo

Tracciato traversata e discesa:

discesa con aggiramento Altaretto (a SX condizioni trovate e traccia fatta in rosso a Dx il tratto attrezzato in estate)

Cartografia:

cartina 1:25.000

GPS:


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Meteo:


Web cam sul Giovo:

grazie al rifugio Vittoria

Note:

  • Noi dopo il lago Santo, per dare un po’ di pepe alla salita abbiamo salito una goulottina di 15m che si era formata a sx della rampa di accesso classica. Altre linee di misto e più difficili sono possibili alla sx e che depositano sulla Borra dei Porci
  • Assicurarsi del bollettino valanghe aggiornato ed evitare di partire tardi. Il canale è soggetto a slavine anche di notevole dimensione.
  • La scivolo sotto al Rondinaio verso il lago Baccio è facile ma sovente verglassato ed infido. Tenere i ramponi e la picca in guardia.
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Appennino 26 26
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3000m Alpi Centrali Alta Quota couloir ice climbing north face relazioni

Nord Presanella

Scivolo Nord della Presanella

Vermiglio (TN)

 

Questa volta è stata diversa.

Solitamente scelgo le montagne da salire per la loro linea estetica, per i panorami che immagino sapranno schiudersi una volta arrivati in cima, per la cima, per tutto ciò che sta sotto la cima, ma questa volta no. A ben pensarci è la mia prima escursione dettata dall’esigenza pressante di fuggire dalla tecnologia ma che, per uno strano paradosso, è stata diligentemente e schematicamente guidata da essa.
Ormai da troppi mesi sublimava in me il desiderio di alta montagna e riconciliazione con quell’aria sottile e sensazione di testa leggera che, mi riesce sempre a pervadere quando sono immerso tra le montagne. Questa volta quel magico ambiente era stato studiato, ammirato e rimirato a tavolino da mesi, anzi da anni.
La colpa di tutto questo è solo della tecnologia e si può riassumere in poche lettere apparentemente innocue WEB cam Presanella

Chi avessi il coraggio di scriverle sul proprio computer come l’ho fatto io in una giornata di plumbeo novembre, si accorgerebbe che dal suo innocente monitor, dalla sua comoda poltrona ma soprattutto dalla sua piatta scrivania, in un decimo di secondo si innalza una poderosa e, se siete fortunati, sgargiantemente e sfacciatamente soleggiata parete Nord, che incanta e strega.

La vetta è di quelle importanti, si tratta della Presanella, la più alta di tutto il Trentino, l’Adamello vi deve star soggiogato anche se di meno di venti metri. Lei più acuminata e meno vasta gli presta il versante sud e spesso incrociano gli sguardi in giornate terse.
Ma quello che vi voglio raccontare è come mai, un francobollo di silicio riesca a catturare parte di questa bellezza e la restituisca in un quadretto glaciale, dove la cima Vermiglio ne completa la perfezione.
Lo ammetto, ho osservato quel gruppo e quelle montagne colpevolmente quasi solo in questo modo. Tramite un link, ad un indirizzo IP, che esegue il download, di un file jpeg, dalla ram di una cpu, alla ram della mia cpu. Se mi fermo un attimo a riflettere su cosa stia facendo per vivere mi accorgo che sono ormai ad uso e consumo, diverse ore al giorno, di una macchina sbroglia elettroni ed allora perché mai non la posso usare anche per dare forma e sostanza alla mia passione, fatta di sudore e respiri, di passi e di sospensioni.

Ecco che siamo davanti alla Presanella, un giorno di fine giugno, la visione ripaga l’attesa e prima che me ne accorgo sento l’esigenza di emulare quel francobollo nella web cam e metterci ora in mezzo quel francobollo di silicio un pò più evoluto rappresentato dalla mia macchina fotografica. Da lì in poi mi riprometto di lasciare a valle la mia sudditanza tecnologica e riconciliarmi con la sola natura, ma so già fallirò.
Ma forse avevo ragione, questa volta è stata diversa.


Relazione salita:

Presanella Parete N
Primi salitori: via dello Scivolo R. Grandi e R. Crugnola nel 19491
Dislivello: 500m
Inclinazione max: 45° (55° gli ultimi 150m)
Difficolta: salita AD+ in buone condizioni, discesa PD-
Punti di appoggio: rif.Denza 2298m, tel 0463 758187, ottimo gestore Mirco Dezulan (Guida Alpina)


Quota massima / Dislivello:

3554m / +400m +1200m – 1600m


Accesso:

Dall’abitato di Vermiglio (TN), sulla statale per il Passo del Tonale, si stacca una strada con indicazioni per baita Velon e ex Forte Pozzi Alti. Prima asfaltata, poi sterrata, la carrareccia sale con numerosi tornanti per 20-30min fino al Rudere del Forte Pozzi Alti della Presanella a 1880 m, dove si parcheggia. Consiglio di salire con una macchina piccola perché la strada in alcuni punti è davvero stretta. Poco prima del parcheggio, parte sulla sinistra il comodo sentiero 206 che conduce al Rifugio Stavel “F.Denza” 2298m in circa 1 ora.


Salita:

Dal rifugio si prosegue su tracce del sentiero 206 per morena e nevai fino alla vedretta sotto la
parete nord, dove si devia decisamente verso S puntando quasi direttamente allo scivolo, prima scendendo di qualche metro poi salendo su costante pendio (occhio ai crepacci).
La vedretta sale ripida fino a raggiungere la crepaccia terminale dove inizia la via vera e propria (q. 3100 m circa – ore 3 ).
Si supera la crepaccia terminale (per noi il tratto chiave) e si sale nell’ ampio canale che nei primi 250 metri di dislivello ha una pendenza di 45° stando a DX o SX lontano dai rigoli e cercando la neve migliore. Nei successivi 150 metri la pendenza arriva a 55° per poi abbassarsi di nuovo nell’ ultimo tratto.
Di solito in prossimità della vetta si tiene la DX e quindi si prova l’emozione di sbucare proprio nei pressi della croce di vetta (q. 3558 m – ore da 2 a 5 a seconda condizioni e tipo di progressione).


Discesa:

Dalla vetta si scende per la normale e quindi si prende la cresta W puntando a delle roccette delicate fino al termine e poi ancora per cresta e traversi sulla conca glaciale (attenzione alle cornici) stando sui 3350m circa. Si attraversa la conca praticamente in falsopiano fino ad arrivare sotto lo stretto intaglio della sella Freshfield (q. 3375 m) che si raggiunge salendo alcune rocce (passi di II) con fune metallica di ausilio. Attenzione in caso di scarsa visibilità o mancanza traccia è facile perdere questa sella e dirigersi verso il monte Gabbiolo ed altra valle. Dalla sella a seconda dell’innevamento si scende traversando il ripido pendio sottostante puntando in direzione NW verso il passo Cercen (problemi in caso di nebbia). Si lascia sulla destra una grossa seraccata e si continua fino al termine della vedretta ed in seguito al rifugio o per il 206 più roccioso o il 234 di solito più innevato (ore 3-4). Da qui al parcheggio (ore 0,45).


Come ci è andata:

25-06-2009:

Il sentiero 206 che da Pozzi Alti porta al rifugio Denza è molto spettacolare ed incastonato nella natura. Tra lamine di granito si deve attraversare: dapprima una galleria (utile frontale per non scornare), poi un ponte, una lastra di neve con ruscello e voragini annesse, una cascata con tettoia in ferro ed alla fine risalire buona parte del sentiero che ha più le sembianze di un ruscello. Imputo le condizioni di innevamento eccezionali motivo di ciò, ma questa ora sarà uno dei più bei ricordi che mi porterò a valle.
Il rifugio è eccellente nell’accoglienza, sarà che eravamo solo io e Paolo insieme al gestore e famiglia ma raramente mi sono sentito così accolto ed in armonia. La pulizia e regole chiare sono imperativi ed uniti alla professionalità e disponibilità del giovane gestore Mirco, diventano un valore aggiunto di un rifugio che si stacca dalla media e non poco.
Il pomeriggio è passato veloce, la nostra puntatina alla palestra Passo dei Pozzi si è rivelata bagnata e condita da numerosi tuoni, peccato perché le vie sono attrezzate ottimamente a spit fix ravvicinati e la roccia sembra ottima.
La vicinanza del ghiacciaio, la palestra, il rifugio e non per ultimo l’ambiente ne fanno, secondo me, un ottimo punto di arrivo di un corso A1.
La serata ha visto numerosi cordini penzolare dalle travi a parancare qualche tavolo, Mirco si è subito appassionato alle nostre diatribe e ci ha illuminato dall’alto della sua esperienza di guida e soccorso alpino. Alle 23 si è spenta la luce in camera, purtroppo anche la luna.

26-06-2009:
  • ore 3.00
    Sveglia. Dai termos esce the caldo, un timido pezzo di pane ne prende il colore, i ramponi li mettiamo dopo, fa caldo, il cielo è terso, l’alba non lontana, la cima un po’ di più.
  • Ore 7.00
    siamo sotto alla crepaccia terminale, sudati, prendiamo fiato, provo a sinistra, a destra, la neve cede, dai rigoli qualche sasso, Paolo dice occorre procedere, affondo le 2 picche, traziono ma non troppo, sono sopra. Ora tocca a Paolo, sarà per lui più difficile, la neve è marcia ed il passaggio ancora più aperto, mi puntello bene sui piedi, si la corda sale la spalla ed entra nel moschettone, puoi partire !, speriamo non tiri troppo, sta tirando, faccio leva col casco sulla parete, la neve è ancora più bianca così vicino, Paolo è già davanti a me, si inizia.
    Caldo, affondo nella neve, non c’è traccia eppure è così logica, ogni due passi uno scivola un poco, speriamo migliori sopra. Sopra non migliora, Paolo non mi sento sicuro, metti giù una vite, poi la metterò giù anche io.
    Bella … ma sol che finisca.
    Ho finito le viti, tolgo lo zaino Paolo, allungo la conserva ed arrivo in vetta, spero. Non vedo la croce. Vai tu Paolo ti faccio sicura a spalla, ma sarà sicura?
  • Ore 12.00
    Paolo è in vetta, io pure, ci abbracciamo.
  • Ore 12.05
    Non sapevamo il più doveva ancora arrivare. Cambia la meteo, temporali all’orizzonte, siamo in mezzo alle nubi, estrai bussola e carta, azimut alla sella Freshfield,setta la quota con la vetta, puntiamo, ecco dove dobbiamo passare, memorizza il punto, memorizza la quota, ri memorizza il punto, nubi ci avvolgono, non mi ricordo già più.
  • Ore 13.00
    scendiamo su neve immacolata, penso ci vorrebbero le ciaspole, Paolo dice ci vorrebbero le ciaspole, affondiamo sui traversi che non si dovevano fare, lo zoccolo è grande, la piccozza risuona forte nella conca glaciale, la dovevo usare più spesso, scivolo alcune volte ma mi fermo. Guardiamo la quota, la vetta non si vede più, non possiamo triangolare, non so dove siamo ma siamo vicini, Paolo vede qualcosa ma proseguiamo.
  • Ore 14.00
    Una cresta nevosa alla nostra destra, andiamo in cresta, il ghiacciaio si dovrà vedere ed anche la sella! Paolo batte eroicamente traccia, un ennesimo buco lo inghiotte fino allo zaino appena prima di vedere aldilà. Siamo in cresta, si vede un ometto, dalla cima non ci si era più incontrati. Dai che ci siamo ! Oh guarda là giù ce ne sono di maestosi, sarà quella la sella, ne vedo 5 sui lati di una piattaforma di granito, scendiamo e ci siamo. Siamo sulla piattaforma, lo sconforto ci assale, intorno a noi solo il vuoto ed il baratro, la valle sotto dista centinaia di metri, si vede un rifugio ma non è il nostro, dove siamo finiti, dove abbiamo sbagliato? In quel momento tutta la pioggia e neve che avevamo preso prima ha fatto gravare il suo peso, le gambe immobilizzate dalla stanchezza, la vista che non trovava soluzione di discesa in ogni parte dove spaziava, dopo poco solo le nubi intorno ovattavano la nostra solitudine. Non mi vergogno, ho preso in mano il telefono e se avesse preso avremmo cercato la scappatoia. Qui l’emozione più grande di tutta l’escursione, trovare in se ancora la forza e determinazione di accettare di aver sbagliato, di aver sottovalutato una normale via normale, l’umiltà di tornare sui propri passi consci dell’errore ma non della soluzione. L’aver “fatto” la Nord non ci ha resi più grandi, l’aver perso la normale al ritorno forse il contrario. A casa scoprirò che eravamo sbucati sulla val di Genova sui gendarmi del monte Botteri.
  • Ore 15.30
    Siamo sulla sella giusta, il cavo metallico aiuta, non si vedono crepi, mi tolgo i ramponi per farmi scivolare sulla vedretta, non è una buona idea ma sono troppo stanco per delle buone idee, Paolo dopo poco mi segue.
  • Ore 18.30
    Siamo al rifugio, ancora da soli. Più di 14 ore che camminiamo senza incontrare nessuno, se non fosse che siamo così stanchi mi stupirei di come un posto così bello non sia frequentato.
    Anche per questo oggi, mi ritengo fortunato.

“Questa volta è stata diversa”


Salita del del 26/06/2009

compagno: Paolo Dante Gatti


Schizzo via:


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Cartina:

639 .Kompass. Presanella. Campiglio. Tonale


Note:

  • Per molti, come pure per me, è stata la prima N. Legare il battesimo di questa attività a questa montagna direi è un ricordo che un alpinista si porterà seco per tempo.

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