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Dolomiti relazioni rock climbing via arrampicata ambiente via Dolomitica

Vinatzer-Messner

Punta Rocca, 3309m

Marmolada (BL)

Siamo in cordata a 3: io, Franz e Gio carichissimi per scalare la parete sud della Marmolada. Anche se con un po’ di timore, almeno da parte mia, so che sarà la scalata più dura che abbia mai fatto ma sono due anni che sogno di farla quindi … forza e coraggio si va !

Sono le ore 7 di venerdì 17 luglio. Dopo una bella colazione, accompagnati da Milo che poi ci saluterà alla Malga Ombretta, partiamo da Malga Ciapela con gli zaini pieni di attrezzatura e di tutta la nostra voglia ed entusiasmo. Ci sentiamo pronti ed in forma, ma presto scoprirò che scalare in Marmolada è tutta un’altra cosa da quello che ho sempre fatto in Dolomiti, non per niente è la regina delle Dolomiti

Abbiamo monitorato le previsioni da alcuni giorni e preso più volte informazioni dal rifugista del Falier per trovare la finestra di bel tempo utile per passare due giorni e una notte (in teoria) in parete.

L’avvicinamento alla malga di circa un’ora passa veloce tra chiacchiere e risate. Ci sentiamo veramente bene e carichi ed arriviamo a Malga Ombretta ove ci ristoriamo un po’ perché poi avremo ancora un’altra ora e mezzo di cammino.

Salutiamo Milo che ci abbraccia e ci augura una buona scalata. Ora siamo solo noi tre e subito sento che non ci sarà più nessuno dei nostri amici a sostenerci e confortarci, siamo noi 3 uno nelle mani dell’altro a portare avanti e vivere questa avventura. Si inizia !

Riprendiamo il cammino verso il Falier, dove lasceremo i nostri nomi e numeri di telefono su indicazione del rifugista. Un caffè, un pezzetto di crostata e si riparte verso l’attacco della via. L’adrenalina e l’entusiasmo aumentano sempre più e d’un tratto ci si presenta davanti la parete in tutta la sua maestosità.

Fino a quando non ci sei proprio sotto non ti rendi conto di quanto sia immensa. Mancano 50 metri. Ci fermiamo e indossiamo imbrago e caschetto, prendiamo fuori tutta l’attrezzatura, un abbraccio e un incoraggiamento reciproco tra noi e ci avviciniamo al diedro rossastro che segna l’attacco della via; l’inizio della nostra avventura.

Sì perché proprio di un’avventura si è trattato.

Parte Franz che è il più forte e secondo i piani deve scalare i primi 6 tiri, quelli con le difficoltà maggiori.

Lui è il più forte e su queste difficoltà ha ancora parecchio margine.
Con una bellissima e attenta arrampicata arriva alla prima sosta, recupera le corde e ci mette in sicura pronto a farci salire, in me la tensione sale. Sto iniziando a scalare una parete che temo e che mi piega le orecchie solo a guardarla, mi trovo in uno stato mentale mai vissuto in nessuna scalata, so che qui non si scherza.

Parto.

La roccia non è per niente solida, anzi in quel punto fa proprio schifo.

Dopo circa 10 metri tocco una presa invitante e crolla un pezzo di roccia grande come il caschetto di Gio e gli arriva proprio in testa e poi sul braccio destro. La sua testa sanguina, probabilmente graffiata dall’interno del caschetto.

Non iniziamo per niente bene. Dopo esserci sincerati che non si tratti di nulla di grave, Gio si riprende un attimo e ci dice che se la sente di continuare. Proseguo facendo la massima attenzione a tutto quello che tocco ma dopo alcuni metri un appoggio si sgretola e volo giù. Sembra marcia sta roccia!

Franz non manca di farmi notare che se fossi stato io da primo mi sarei già fatto male o peggio e ha perfettamente ragione.

Arrivo in sosta e poco dopo arriva Gio, riguardiamo a modo la sua ferita, sembra solo un graffio ma mi dispiace un casino per quello che è successo. Passiamo tutto il materiale a Franz e guardiamo la descrizione del prossimo tiro. Franz riparte e questo si ripeterà per i prossimi 5 tiri.

Questa prima parte della via è dura e non un granché divertente. La nebbia ci avvolge, le temperature calano e questo è quello che, al contrario delle previsioni meteo, ci aspetterà fino alla discesa due giorni dopo.

È il turno di Gio.

Parte per il suo primo tiro, arriva piano piano in sosta e ci recupera. Al secondo tiro, una volta arrivati in sosta, ci confrontiamo e capiamo che così siamo troppo lenti, inoltre abbiamo freddo e poca sensibilità a mani e piedi, ma non abbiamo intenzione di mollare e probabilmente ormai ritirarsi sarebbe più difficile che salire.

Decidiamo che è meglio e più sicuro far andare da primo Franz. Io e Gio spesso abbiamo freddo stando fermi in sosta e preghiamo di vedere il sole che proprio non arriva tra diedri e camini lisci e bagnati. Arriviamo all’ultimo tiro di questa prima giornata dopo 13 ore di scalata, le ultime due con la frontale per illuminare dove mettere le mani; mani che terrò sempre dentro le maniche del goretex, perché tanto non sento più cosa tocco ed i piedi, ormai congelati, non posseggono più sensibilità. La stessa cosa la stanno vivendo anche i miei compagni.

Alle 23 raggiungiamo la cengia mediana e troviamo una rientranza dove allestire il giaciglio per la notte. Abbiamo fatto scelte differenti su come coprirci: Franz e Gio hanno optato per uno zaino più ingombrante e scomodo per scalare ma a favore del caldo sacco a pelo e del Termarest; io invece ho preferito averne uno più compatto ma senza sacco a pelo, con un sacco da bivacco e più abbigliamento. Secondo me per passare una notte era sufficiente, non sapendo che non sarebbe stata l’unica di notte.

Prendiamo dallo zaino i viveri per la cena e mangiamo, dopo aver scaldato l’acqua per la tisana che ci riscalderà un attimo, ci mettiamo sdraiati pronti a dormire.

Il cielo adesso è sereno e stellato, forse l’immagine più piacevole della giornata.

Pian piano riesco a trovare una posizione sufficientemente comoda, ma ogni soffio di vento mi fa tremare dal freddo. Riesco finalmente ad addormentarmi ma mi sveglierò più volte nella gelida notte. In realtà non ho proprio dormito ero più che altro in uno stato di dormiveglia. Non ricordo nemmeno di aver sognato, ma ricordo bene di aver guardato più volte i miei compagni che riposavano.

Finalmente il sole sorge e pian piano la luce ci sveglia, salutiamo la cordata sdraiata poco distante a noi sul terrazzino di Tempi Moderni, due ragazzi tedeschi che affermano che i loro sacchi a pelo sono ricoperti di brina; anche le nostre corde ed i nostri zaini non sono da meno.

La colazione prevede succo di frutta ed una barretta che divoriamo.

Il cibo è finito e rimane solo un po’ di frutta secca ed una banana per tutta la giornata.

Rimettiamo l’imbrago, ci leghiamo ed iniziamo ad attraversare la cengia fino a trovare l’attacco della Diretta Messner.

Di nuovo carichi e motivati, convinti di scalare abbastanza velocemente questa seconda parte di via, ma in realtà non sappiamo ancora quello che ci aspetta.

Franz riparte a scalare su questa immensa placca di roccia stupenda, in una giornata più uggiosa e fredda della precedente. Io e Gio in sosta iniziamo ad avere molto freddo nonostante indossassimo tutto l’abbigliamento disponibile. Dapprima si ghiacciano nuovamente le mani e poco dopo i piedi che hanno perso di nuovo sensibilità. Ad ogni sosta la cosa si fa sempre più pesante e siamo sfiniti nel tremare e battere i denti.

Scalare questa parte di via è stato molto bello per la roccia ottima e la bella linea tracciata in apertura solitaria da Messner, ma estremamente duro per le condizioni meteo della giornata.

In me iniziano a salire parecchie preoccupazioni. Siamo di nuovo in ritardo sulla tabella di marcia complice il fatto di aver seguito una cordata che si è persa finendo sugli ultimi tiri della via Archimede, con difficoltà sostenute e roccia marcia.

Scaliamo gli ultimi tiri al buio. Di nuovo tengo le mani dentro le maniche, sono 12 ore che ho freddo e scalo senza sentire i piedi, non ne posso veramente più e so che ormai mi sono caricato di freddo e stanchezza, non ho il sacco a pelo e inizio a pensare che passare la notte sulla punta della Marmolada, non sia una opzione possibile ma mi sbaglio di grosso perché si rivelerà, al contrario, l’unica opzione possibile.

Sono le 22 della seconda sera e Franz arriva in cima. Un tiro di 60 metri. Velocemente ci recupera e noi scaliamo più rapidi che riusciamo perché siamo stremati e vogliamo solamente uscire da questa situazione. Vogliamo raggiungere al più presto l’ultima stazione della funivia per ripararci.

Arriviamo anche noi in cima, siamo stremati ma contenti: abbiamo scalato la Marmolada!

Una stretta di mano, un abbraccio e subito iniziamo a prepararci per la discesa.
Riponiamo tutto quello che non ci occorre negli zaini, beviamo un po’ d’acqua e via a cercare il sentiero di discesa. Ad un certo punto troviamo un fix con anello di calata e siccome nella nebbia, per un attimo, avevamo avvistato la luce, sembrava evidente che quella fosse la direzione giusta.

Caliamoci.

Errore enorme.

Franz e Gio scendono per primi finendo su una cengia e così mentre mi calavo mi chiedono di guardare se vedo un’altra possibile “doppia”. La trovo ed allestisco una seconda calata: vanno giù prima loro che si trovano già qualche metro sotto di me, e nuovamente dopo 60 metri sono in un punto dal quale non si può scendere se non attrezzando un’altra doppia. Arrivo giù anche io e non trovo nessun altro punto per calarci ancora: la roccia è ricoperta di ghiaccio, sotto di noi c’è solo nebbia e buio e non riusciamo a capire la distanza dal presunto suolo. Ho martello e chiodi con me ma non sappiamo se bastano. Cerchiamo un sentiero per scendere ma non riusciamo a trovare nulla. Nulla tranne un piccolo terrazzino dove riusciamo a stare seduti stretti tutti e tre.

Ora realizziamo che ormai non ci rimane altro da fare che fermarci e passare la notte qui.
Pianto due chiodi ed allestisco una sosta alla quale assicurarci perché stavolta non dormiremo in cengia, ma in parete sopra al ghiacciaio. Ci assicuriamo alla sosta e sistemiamo gli zaini e la corda rimasta per farci un piano un po’ più morbido, poi ci infiliamo io nel sacco bivacco e Franz e Gio nei sacchi a pelo.

Ho freddo e il sacco bivacco non è sufficiente a ripararmi dal freddo in questa condizione. La temperatura è circa tre gradi sotto lo zero e tira vento qui in cima, sono preoccupato, molto preoccupato. Non sono attrezzato e pronto per passare un’altra notte in parete, con più freddo della precedente ed il corpo così stremato dal freddo di questi due giorni.

Inizio a pensare al peggio e so che stanotte devo stare sveglio e cercare di disperdere meno calore possibile. Dentro al sacco da bivacco si forma condensa che mi bagna i vestiti e mi si ghiaccia addosso. Che situazione assurda. Tremo e batto i denti. Anche gli altri stretti vicino a me sentono i miei tremori che mi scuotono decisamente. Per tutta notte non dormo, continuo a tremare e puntare i piedi per non scivolare di sotto anche se sono legato.

Sarà lunga far venire mattina.

Albeggia finalmente, si inizia a vedere la luce e mi rendo conto che il peggio è passato. Sono riuscito a superare questa durissima notte. Piano piano anche gli altri si svegliano ed iniziano ad uscire dal sacco a pelo. Intorno a noi ancora nebbia, non riusciamo ancora a capire dove siamo quando, ad un certo punto, il vento spazza via tutto per un attimo e ci permette di vedere il ghiacciaio.

Ci rendiamo conto che siamo finiti esattamente dalla parte opposta alla funivia. A questo punto o scaliamo la parete che è ricoperta di ghiaccio o scendiamo dal ghiacciaio senza ramponi e piccozze. Decidiamo di risalire, sono altri 120 metri di scalata dopo 2 giorni e due notti in parete, ma ormai questo è il meno.

Una volta raggiunta nuovamente la cima di Punta Rocca, notiamo un sentiero appena accennato che scende lungo la parete opposta. Lo imbocchiamo stando attenti a non scivolare perché siamo ancora parecchio alti dal piano innevato e ci dirigiamo verso la funivia. Arrivati sulla neve ci rendiamo conto che ce l’abbiamo fatta nonostante tutto ed iniziamo a correre, ridere e scherzare come tre bambini felici …  eccome se siamo felici !

Più volte scendendo siamo caduti sia sul nevaio che sul sentiero perché i nostri corpi erano stremati e indeboliti dal freddo sopportato. Da un giorno avevamo finito il cibo e anche questo non ci ha aiutati. Siamo in prossimità del Passo Fedaia e finalmente iniziamo a sentirci al sicuro. Siamo tornati sani e salvi da una scalata che doveva essere impegnativa ed invece si è rivelata estrema ma la soddisfazione e le tante emozioni vissute ci riempiono il cuore e la testa.

Wow abbiamo scalato la Marmolada !

Siamo sfiniti e mentre attendiamo gli amici al rifugio Fedaia, tra risate e riflessioni ci godiamo un ristoro a base di wurstel, patatine fritte e l’immancabile birra con la quale brindiamo alla riuscita della nostra impresa.

Oggi a distanza di 4 settimane non abbiamo ancora ripreso la sensibilità ai piedi che si erano congelati, ma anche questo a volte fa parte del gioco, adesso possiamo pensare a progetti futuri.

È stata una bellissima esperienza dalla quale ho appreso tanto: in primis che fino a quando la testa regge, il nostro corpo ha tanto, tanto margine e poi quanto sia importante essere con compagni fidati ed affiatati. Ma noi non siamo solo compagni di cordata, piuttosto tre amici che hanno condiviso tantissime emozioni, sofferenze ed un’avventura straordinaria.

Ad oggi la Marmolada è la montagna che mi ha messo più a dura prova, sia fisica che mentale, anzi soprattutto mentale. Non avevo mai scalato e bivaccato in condizioni così severe e forse, proprio per questo, è quella alla quale adesso mi sento più legato.

Grazie Frenci, grazie Gio per aver condiviso tutto questo con me!!!!

Le Marmotte di Malga Ciapela:

Alessandro Graziosi

Francesco Salata

Gioacchino Dell’Argine


Ripetizione del 17, 18 e 19 luglio 2020

Alessandro Graziosi, Francesco Salata, Gioacchino Dell’Argine


Note:

  • I


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via Dolomitica 9 9 Dolomiti 14 14

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4000m Alpi Centrali Alta Quota relazioni

Biancograt

Piz Bernina 4050m

La “Scala nel Cielo”

Difficile è stato trovare il titolo che meglio sintetizzasse le emozioni provate in quell’ormai lontano luglio 2007.
Alla fine la perfezione era già stata scritta, nulla più e nulla di meno che la Scala nel Cielo come in molti alpinisti amano ricordarla.
L’estetica perfezione di questa linea di salita è sporcata nei mesi estivi da orde di alpinisti che fagocitando roccia e vento, ghiaccio e vuoto si inerpicano come sollevati da motivazione suprema ma altresì appaiono schiacciati a nullità, spalmata nella maestosità di ghiacciai interminabili e cosparsa nell’alito del vento di cresta.
Un po’ così mi son sentito quando ho pestato i primi gradini della scala. Ossequioso dell’ambiente che mi aveva accettato ma anche esaltato ed un po’ dispiaciuto nel realizzare che un sogno stava uscendo dal cassetto per entrare a pieno diritto nella prigione dei miei ricordi.
Lo scivolo di neve alla nostra sinistra si perde a picco nella vedretta da Morteratsch ed i sassi che, mossi veloci dai nostri goffi piedi, spariscono nel vuoto non trovano eco.  
Alla destra l’occhio non scorge pace, la perfezione del piz Roseg e la sconvolgente balconata del seracco sommitale del piz Scerscen sono fotogrammi che mi emozionano ancora nell’intimo.
Davanti a noi solo la più tangibile e probabile soluzione per aspirare ad elevarci sempre di più.
Ebbene sì, salire questa linea serpeggiante è di un bello esaltante. Sul momento non ci si rende però ben conto di cosa sta succedendo, così sorrido nel ricordare che alla fine della scala io e Marco ci siamo guardati in faccia ed abbiamo esclamato: ”Bhè pensavo anche meglio …”
Solo più tardi, a distanza di qualche giorno, capii che era solo il verso di due bambini che volevano ancora giocare.
Poche quelle interminabili ore tra le nuvole ed il cielo.
Noi ancora meno.


Primi salitori:

Paul Gussfeldt, Hans Grass, Johann Gross il 12 agosto 1878


Relazione di salita al Piz Bernina 4050m 13-15 luglio 2007

I giorno, Pontresina-Tschierva hutte:

Abbiamo raggiunto Saint Moritz attraverso Chiavenna ed il Passo della Maloja che fa da spartiacque tra la Val Chiavenna – Bregaglia e l’Engadina nello svizzero cantone dei Grigioni. Da qui solitamente le cordate si dirigono a Pontresina per imboccare la Val Roseg a piedi oppure con la comodissima ma costosissima carrozzella equina che traghetta alpinisti e turisti fino alla Roseggletscher 1999m che è l’inizio del sentiero per la Chamanna da Tschierva la quale da qui dista ancora 2 ore di cammino. Noi abbiamo preferito lasciare l’auto direttamente ai piedi della funivia del Diavolezza da cui, se tutto và bene, si scende alla fine della glaciale traversata. Lungimiranza che si traduce in impagabile risparmio di tempo e fatica l’ultimo giorno.

II giorno, Tschierva hutte – piz. Bernina – r.Marco e Rosa:
BERNINA-schizzo-via-BIANCOGRAT

Dalla Ch.Tschierva 2583m il giorno seguente si parte di buon ora, appena dopo le 3 l’orda di alpinisti è già sciorinata lungo il sentiero che risale il morenico piedistallo del Bernina. La direzione è E-SE ed in poco meno di 3 ore di buon passo ed attenzione per seguire i non evidenti bolli catarifrangenti, si tocca la Fuorcla Prievlusa a circa 3400m. Da qui la salita cambia decisamente carattere, siamo sulla dorsale N del pizzo Bernina ed abbiamo alle spalle il Piz. Da Morteratsch che incombe occludendoci la visuale a N che però può spaziare già a 360°. Seguiamo il filo di cresta ora a destra e poi a sinistra con passi di III grado di misto non banali su roccia granitica e ghiaccio dove il sole non batte. Le altre cordate proseguono di conserva noi preferiamo a tiri siccome già qui una scivolata del compagno sarebbe impossibile da arrestare senza una, anche precaria, sosta. Questo tratto (da molte descrizioni sottovalutato ma da me valutato AD) ci impegnerà per 4 ore circa e si conclude con una doppia di 20m che permette di toccare la base a 3600m della nevosa cresta che dona fama a tutta questa salita. Da qui ci aspettano 400m di affilata e ripida serpentina sui 45° che insinuandosi tra il cielo portano alla vetta del pizzo Bianco, 5m sotto i 4000m, che tocchiamo in sole 2 ore dandoci la sensazione di essere ancora in piena forma. Stranamente questo sarà il tratto più facile (a mio parere valutabile in PD, PD+) ma che porta al cospetto della impegnativa cresta sommitale finale che si inerpica con uno sviluppo di 500m per altri “soli 50m”. Occorre prestare attenzione e stare sul filo di cresta, ora roccioso, ora ghiacciato. Alcuni delicati passi di III ed una breve doppia e siamo sotto ad un gendarme che si aggira a dx oppure, come abbiamo fatto noi, si arrampica per un diedro ghiacciato (1ch+1fix sosta). Dalla isolata sommità si attrezza una altra doppia che ci riporta all’ultima insenatura prima della nevosa parete a ridosso della cima. Qui si trova un atletico passaggio di IV comunque ben protetto ed una volta superato non ci resta che inerpicarci sull’ultima parete che ora non appare più verticale come prima. E’ comunque un buon 50°-55° difficilmente proteggibile che induce a pestare bene le orme di chi ci ha preceduto. La cima sembra nostra ed invece altri 20 min di affilata cresta nevosa ci separano dai 4050m del Pizzo Bernina che pestiamo ormai esausti e solitari alle 18 dopo 15 ore di alta montagna (valutaz. D- dal pizzo Bianco al pizzo Bernina).   Riassumendo si può dividere la salita in 4 fasi:

  1. Dalla Tschierva alla Fuorcla Prievlusa (PD-)
  2. Dalla Fuorcla Prievlusa all’attacco della Biancograt (AD)
  3. La cresta della Biancograt vera e propria fino al pizzo Bianco (PD+)
  4. Dal pizzo Bianco al Pizzo Bernina (D-)
BERNINA via normale ITA dal Bellavista

Veloce la discesa dei 450m che ci separano dal rifugio Marco e Rosa 3609m che tocchiamo alle 20.30, anche questa non banale siccome il ritiro dei ghiacci ha scoperto due nuovi tratti rocciosi che ora si affrontano con del III grado in discesa oppure 2 doppie, come abbiamo preferito noi. Ora qualsiasi cosa vi darà il Lenatti (storico e pazzo gestore del rifugio) lo accoglierete come se l’arcangelo Gabriele vi porgesse l’ultima prelibatezza direttamente dalla cucina di Vissani. Mai mangiato un uovo in padella così succulento.

III giorno, Discesa dal r. Marco e Rosa – r.Diavolezza:

Il giorno seguente se ci si sente particolarmente agguerriti la traversata dei Bellavista e dei piz.Palù 3905m, è tappa da non lasciarsi sfuggire, noi ci siamo accontentati della discesa per la Fortezza. Questa è una traversata in magnifico ambiente glaciale tra seracchi e crepacci in leggera discesa ma sempre sopra i 3500m che si snoda tra E ed W per 3.5 km fino all’affiorare della Fortezza 3369m, caratteristica costola rocciosa che squarcia e divide la Vadret da Morteratsch con la Vadret Pers. Anche qui alcuni passi delicati e 2 doppie da attrezzare su anelle cementate ci consentono di raggiungere la gengiva e scendere poi più agevolmente per la vedretta o puntando ad E in direzione della ormai evidente chamanna Diavolezza oppure a N per toccare la Isla Persa 2720m. Togliere i ramponi si è rilevato prematuro e sbagliato siccome pendi apparentemente nevosi nascondevano sotto ghiaccio vivo ed i crepacci sono qui copiosi e dall’attraversamento su ponti molto precari ed aleatori. Dopo 7 ore dalla partenza dal rif. Marco e Rosa e circa 11 km in ambiente glaciale siamo a 2750m ai piedi dei 200m di morena che separano la vedretta dal rifugio Diavolezza 2973m ove la funivia ha termine. Nel puzzo di civiltà percepito dall’odore di wurstel ed alpinisti scalzi che si mescolano a cellulari trillanti di curiosi in jeans e monclèr, ci rendiamo conto che solo ora la Biancograt, splendida di fronte a noi, è finita ed ormai lontana.


Dislivelli/sviluppo:

[table id=biancograt /]


Valutazione complessiva:

D-, III (p.ssi IV), 50° ghiaccio, 4 impegno, PD+ discesa Salita di stampo alpinistico classico in cui mettere in pratica diverse tecniche su diversi terreni. Completa e dal sostenuto impegno fisico.


Materiale occorrente:

NDA da ghiacciaio: 1 corda 50m, 2 viti ghiaccio 16cm, 1 piccozza classica, ramponi classici, casco, cordini vari, 2 friend medio-piccoli e qualche nuts).


Periodo:

Con buon innevamento trasformato, di solito da metà giugno a fine agosto.


Cartina con tracciati:

PIZ-BERNINA-con-tracciati

GPS :

Itinerario completo MAPS
Tracciato dei tre giorni
I giorno Pontresina – Tschierva Maps vista aerea
Traccia, Sviluppo e Dislivelli
Tschierva – Biancograt – Marco e Rosa

Traccia, Sviluppo e Dislivelli
Marco e Rosa – Fortezza – Diavolezza


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Alta Quota 25 25
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I giorno : Pontresina – Tschierva hutte
II giorno : Tschierva hutte – Biancograt – rif. Marco e Rosa
III giorno : rif. Marco e Rosa – rif. Diavolezza

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3000m Alpi Centrali Alta Quota relazioni

cresta Hintergrat

Ortles, 3905m

via del Coston di Dentro


La cresta ideale per iniziare a cavalcare le Alpi

“Destro, sinistro, prima uno e poi l’altro”

Il mio respiro si stagliava netto nell’aria fresca di un mattino di fine luglio.
I passi li sentivo leggeri.
Sotto di me la solita tanta voglia si salire.
Dietro un amico che non mi perdeva di vista.
A fianco le prime luci scoprivano il vuoto che ci circondava.
La sensazione di essere nel posto giusto mi aveva già permeato, era un po’ che non la percepivo così viva.
Quella pala ghiacciata alla sinistra, il Gran Zebrù, ora mi indicava chiaramente che anche il momento era quello giusto.
Dopo mesi in cui mi sembrava di non riuscir più vedere, ho colto netta la sensazione dell’orizzonte.
La mente è sgombra finalmente, l’unica cosa è mettere avanti il piede sinistro, poi il destro ed ancora, il sinistro.
Ritmo semplice, onesto nella sua successione, mai banale o scontato però.
Così come è chiaro che ogni salita, dalla più semplice alla più complessa, è composta da piccoli passi ora mi era chiaro che l’unica cosa era seguirne l’alternarsi,

prima uno e poi l’altro.


Mi giro dietro e vedo Marco, fidato custode delle mie orme mi segue e nel nostro lento ma costante intercalare di destra e sinistra, intravedo la forza di una profonda unione.
D’altronde solo pochi giorni prima la mia idea di venire qui lo aveva solleticato ed incuriosito, senza opporre resistenza, aveva confermato la piena comunione di intenti.
Questa salita me la ricordo bene, è chiara in me di una consapevolezza che faticavo a percepire da tempo.
Si respira aria di alpinismo storico quassù, mi immagino ancora sul finire dell’ottocento questi cacciatori che si avventurano su linee ardite, veri esploratori animati dalla antropomorfa e primigenia ricerca del non conosciuto.
Sorrido e comprendo quanta distanza e rispetto dobbiamo a quegli Alpinisti nel considerare che solo qualche ora prima avevo scaricato da casa le previsioni meteo a quattro giorni e mi pregustavo la cima da una webcam sullo Stelvio.
Ora però la vetta appare solo come la probabile fine di questa poderosa montagna.
Nella cresta che pestiamo e nel continuo susseguirsi di roccia, neve, vuoto, intuiamo di quanta materia è composto un quasi quattromila metri.
Eppure la stessa materia appare un attimo dopo fragile ed effimera.
In equilibrio precario con la sua stessa esistenza, minacciata da continue scariche e distacchi, alcuni dei quali difficilmente immaginabili se non ci si trova nelle vicinanze e si percepisce, nel tremore della roccia sotto le mani, la vastità del crollo.
Tuttavia lei è ancora lì.
Si avvicina ma non si raggiunge.
Si cammina, si scala, si arrampica, si tira fiato.
L’aria ormai ha preso il ritmo dei passi, la cadenza è la stessa,

il sinistro …
un respiro …
il destro …
un respiro.


Un respiro, un respiro, un respiro, la cima è nostra…
si ma solo per il tempo di un respiro.

N.Bertolani

Prima salita:

Johann e Michael Hell, con Joseph Pichler e un cacciatore di camosci di Langtaufers, luglio 1805


Relazione di salita 29-30 luglio 2006

Salita (in rosso):

foto storica del percorso Hintergrat da TCI Guida dei Monte d’Italia – Touring Club e CAI

La montagna appare da subito poderosa, maestosa e complessa nelle sue creste.
Dal rifugio del Coston 2660m, raggiungibile tramite da Solda tramite funivia (0.40-1 ora) o sentiero (2 ore), la cresta del Coston o Hinter-Grat appare come una successione di quattro punte l’ultima delle quali, il Signalkopf (3725 m), è il limite massimo da cui rientrare in caso di maltempo o scarsa visibilità.

Infatti la salita si svolge per facili pendii sul lato sinistro della cresta, fino alla terza punta rocciosa di 3466 m; da qui, per un’ampia sella nevosa, si raggiunge il Signalkopf (3725 m), un’alta torre rocciosa da aggirare sul lato sinistro (Sud Ovest).

Qui si trova il passaggio chiave della salita (5m di fessura di IV grado , consumato ma con alcuni chiodi nel passaggio). Una successiva selletta porta a due salti di roccia ove noi abbiamo trovato un altro tratto di III (leggero strapiombo con 1 chiodo, utile 1 friend) , intervallati da altrettante creste nevose moderatamente affilate che conducono in vetta appena sotto la soglia dei quattromila (3905m).

Prevedere 5-7 ore a seconda dell’innevamento e dei tiri di corda stesi. Noi abbiamo impiegato circa 8 ore facendo 3 tiri in progressione protetta ed altrettanti di conserva.

Valutazione AD.


Discesa (in verde):

Rosso = Hintergrat Bianco = Marletgrat Verde = normale per il Payer

Per la discesa, dalla cima seguire la via normale del versante Nord, attenzione con scarsa visibilità data la modesta pendenza ed i numerosi crepacci alcuni dei quali si superano su ponti un po’ precari.

Alla fine del ghiacciaio sommitale si trova il Biv. Lombardi (3316 m, inagibile). Da qui perdere quota di qualche metro traversando a sx, faccia a valle, fino a trovare cordini per discesa in doppia da effettuarsi con celerità visto le frequenti scariche dai seracchi dell’imminente Eisrinne.

Ora scendere nel centro del ghiacciaio fino alla fine della cresta rocciosa che ci segue a dx. Traversare orizzontalmente verso dx (Est) per morena instabile ed a tratti ghiacciata con passo deciso visto la frequenza di scariche pietrose.

Ora si è giunti sulla cresta della Tabaretta da scendere con 2 doppie od arrampicata non banale (III grado, grande esposizione) Un’altra ora di sentiero con qualche tratto attrezzato e si è al ormai agognato Rif. Payer (3029 m).

Se le gambe tengono scendere in direzione N e poi NE oltrepassando il Rif. Tabaretta (2256 m) e quindi a Solda (1800m).

Complessivamente 4 ore per raggiungere il rif.Payer più 3 per arrivare a Solda ed accorgersi di aver salito 1300m e scesi 2100m.
Le vostre ginocchia vorranno divorziare al parcheggio ma con lo spirito sarete ancora verso i quattromila metri.

Valutazione PD+/AD-


Scheda salita

Difficoltà :AD, passi di III, 1 di IV, canali nevosi sui 35°-40° il tutto concentrato nell’ultima porzione di cresta.
Impegno :III
Tipologia itinerario :via in alta quota, non difficile ma su terreno friabile che richiede attenzione. Cresta vera e propria solo l’ultimo 1/3.
Relazione :ottima la Guada dei Monti d’Italia, TCI (vedi sotto)
Dislivelli :+1300m circa dal rifugio alla cima 3905m,  – 2100m circa per tornare a Solda.
Punto partenza : Soldà
Punto arrivo massima elevazione:monte Ortles, 3905m
Materiale:NDA, 1 piccozza classica, ramponi da misto, un friends 0.5 ed 1, qualche nuts, 1 mezza corda 60m doppiata.
Consigli:Ad inizio stagione quando la neve e ghiaccio consentono la progressione con ramponi per la maggior parte dell’itinerario, od almeno sulle difficoltà.

 

Non sottovalutare la discesa per la normale, in caso di scarsa visibilità potrebbe essere più sicuro ripercorrere a ritroso la via di salita.


Dislivelli/sviluppo:

+1300m circa dal rifugio alla cima 3905m

– 2100m circa per tornare a Solda


Punti di appoggio:

rifugio del Coston
rifugio Payer
rifugio Tabaretta

Cartina con tracciati:

Cartina TCI Ortles Zebrù Buscaini

Foto del tracciato:

Rosso = Hintergrat Bianco = Marletgrat Verde = normale per il Payer
Panoramica da bivacco Cantù su Ortles

GPS :

dal rifugio Coston.


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Video

dal min 1

FOTO

I giorno : Soldà -> rifugio Coston

II giorno : rifugio Coston -> Ortles -> rifugio Payer -> Soldà