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3000m 3841m Alpi Occidentali Alta Quota relazioni

Monviso

Dalle Sorgenti del Po alla cima del Monviso

via normale al Monte Monviso

3.841 m – Alpi Cozie (CN)

 


Descrizione

Sembrava una sera delle tante al CAI, le solite belle facce strinate dal sole e dal vento mi fecero subito intuire che la stagione alpinistica era già iniziata e che noi eravamo ancora piuttosto fuori forma malgrado le molte ore passate a sollevare della ghisa, a tracciare linee effimere in piscina e pedalare verso una sudata ma mai raggiunta perfetta condizione fisica.

Fu proprio allora complice un martedì caldo ed umido e la tanta voglia di rimettere piede nello scarpone che ci spinse a decidere con un solo rapido sguardo negli occhi, la meta della nostra prima uscita estiva di un certo rilievo.

Il Monviso era osannato da Luca già da 2 anni, ed ogni volta che me ne parlava come a testare il mio grado di approvazione cercavo di glissare ponendogli davanti agli occhi vette dall’apparente superiorità metrica e fu così che per due anni a colpi di Gran Paradiso e Monte Rosa mi era sembrato si fosse placato ma mi sbagliavo. E’ bastato nominarlo una sola volta, si è subito zittito e nel giro di un minuto le fotocopie della via normale ancora calde in mano mi ha messo davanti alla cruda verità: stavolta ci avremmo provato e per giunta con buona probabilità per “colpa” mia.


Relazione salita:

Forse non tutti sanno che per anni, il Monviso, venne ritenuto la vetta più alta delle Alpi. Con la sua caratteristica mole, a forma piramidale e ben visibile sin da Torino, presenta una via normale (o via Mathews, aperta nel 1861) sul versante sud che richiede notevole impegno; nonostante le varie diciture, per le caratteristiche incontrate e secondo quanto discusso col gestore del rifugio Quintino Sella, l’idonea classificazione per la salita compiuta è senza dubbio PD+ (non vi lasciate abbindolare da un semplicistico F+/PD- che trovate sulla guida TCI del CAI).

La partenza avviene da Pian del Re (2020 mt) ove un comodo ed assolato parcheggio lascia già intravedere a sud un maestoso massiccio roccioso solcato da lingue ancora innevate (visibile la notevole, per lunghezza, parete nord) e molteplici balzelli d’acqua che con la loro trasparenza e naturale discesa danzante vi farebbero già gridare allo scandalo a pensare come si riducono anche solo 50 km più in basso, quando il Po incontra Torino.

Base d’appoggio per l’intera salita è il rifugio Quintino Sella (2640 mt) che raggiungiamo dopo 2,45 ore di panoramico ma fin troppo pianeggiante sentiero intervallato da cascatelle e ben due laghetti dai colori saturi, sgargianti e ritempranti come il cielo in alta quota. Posizionato nei pressi di un bellissimo lago detto appunto lago Grande di Viso è già destinazione da consigliare per chi voglia eseguire un trekking dal sicuro panorama orizzontale e verticale. Il rifugio apriva il giorno stesso ed abbiamo goduto in pieno della elitaria e fortuita coincidenza di appoggiarci in un rifugio che ha fatto la storia del CAI, gestito dai quattro componenti della famiglia Tranchero (di cui il sig. Harvè è il gestore dal 1967 oltre ad essere guida alpina, tecnico di elisoccorso e coordinatore tecnico della CNSAS) e quattro instancabili aiutanti dall’aspetto più simile a Sherpa che a Mongoli o Tibetani, tutti indaffarati a “ridare aria” al rifugio ed a servire in totale ben 7 persone su una capienza presunta di 100 coperti.

Il pomeriggio è stato impiegato per cercare di scrutare la via del giorno dopo oltre che gustarsi un meritato sole cangiante in un cielo terso per ore. La cena è stata ricca e preparata con alimenti freschi, di un livello superiore a quanto siamo abituati per rifugi e solo il Dolcetto che l’ha accompagnata non era all’altezza delle nostre aspettative.

La mattina sveglia alle 3.20 con colazione dettata la sera prima e preparata suddividendola in thermos personalizzati, in pratica si può partire quando si vuole siccome già la sera il gestore prepara cibo e liquidi secondo le nostre richieste e ben si guarda dall’augurarci il buongiorno.

La frontale è accesa alle 4, ci sbrighiamo e riusciamo a partire dopo 20 minuti da un tedesco solitario la cui età è rimasta un mistero ma che ci ha confidato di aver salito il Cervino 25 anni prima, ed appena prima di un gruppo di 4 francesi dall’aspetto ed abbigliamento simile ad una cartolina di montagna di qualche lustro fa, ma si sa che le prime impressioni spesso sono erronee. La nostra intenzione di tenerli dietro in vista di arrampicate su roccia “delicata” si rivelerà giusta e lungimirante, però.

Dal rifugio si giunge in circa un’ora al passo delle Sagnette (2991 mt.) infilandosi in uno stretto canalone interamente composto da sassi morenici instabili; qui è necessario arrampicarsi sul lato destro del canalone (è presente anche una catena) per evitare le scariche provenienti dal versante opposto. Il passo è stato valicato alle 5 circa con all’orizzonte ruggenti e rosseggianti raggi che filtrando tra nubi leggere toglievano importanza ai lumi della pianura, ad una Torino troppo arrogante pochi istanti prima nel suo vociare di luci ma ora sottomessa a divina natura.

L’alba in alta quota è sempre un momento magico ed anche solo per questo varrebbe la pena andare per monti.

Perdiamo circa 100 m di quota scendendo in quella che rappresentava l’antica morena del ghiacciaio del Monviso e tra massi più o meno imponenti e lingue di neve, si giunge al grande ometto di pietra. Il monte si staglia di fronte in tutta la sua imponenza e noi, già provati per il poco allenamento, continuiamo a salire con costanza. Infilando i ramponi, saliamo sul ghiacciaio del Viso e voltando a destra, giungiamo nei pressi del bivacco Andreotti a quota 3225 mt. Si sale ancora per un pendio di neve dalla accentuata inclinazione ma dalla ancora buona condizione della neve, il minuscolo ghiacciaio Sella, e sulla nostra sinistra, incontriamo una vistosa cengia su cui appaiono i segna-via di colore giallo che ci accompagneranno per buona parte della salita.

Ci arrampichiamo sulla cengia e la percorriamo sino ad incontrate un piccolo ruscello; il casco è d’obbligo e noi lo abbiamo indossato già sotto al passo delle Sagnette, capitano spesso scariche naturali ma noi siamo protagonisti involontari di una provocata dall’uomo: i 4 alpinisti francesi ci avevano superato da poco approfittando della nostra sosta per calzare i ramponi quando il silenzio del ghiacciaio è stato rotto da un urlo concitato proveniente dall’alto che ci avvisa dell’imminente pericolo. Ci vediamo piombare addosso una pietra smossa dagli amici più in alto, questa rimbalzando trova la porta di 3 metri delimitata dai nostri corpi eretti, passa veloce ed impazzita lasciandoci incolumi ed un po’ increduli ma abbastanza spaventati.

Decidiamo di lasciare un certo gap tra noi e loro per minimizzare le probabilità di altre scariche quindi proseguiamo la salita in arrampicata, poco dopo udiamo come uno scampanellio di mucca al pascolo: è la “picca” di uno dei francesi che rotola e balzella stavolta distante da noi. Ci guardiamo un attimo in faccia e senza dire nulla ci auguriamo che sia di quello che prima ha mosso il masso ma nello stesso tempo non capiamo come possa proseguire su queste pendenze senza. Nulla da fare, il buon senso l’hanno lasciato al rifugio e la comitiva prosegue noncurante.

La salita prosegue in arrampicata con difficoltà assimilabili tra il II+ e III-, in falesia non le considereremo neanche delle vie così ma qui tutto assume una certa difficoltà e serietà, arrampicare tra i 3300 m e 3800 m, sempre esposti e su roccia dalla stabilità sempre da verificare richiede uno sforzo di concentrazione superiore al puro sforzo fisico.

Incontriamo in tutto 3 soli chiodi di cui 2 soltanto resinati e dall’aspetto incoraggiante, assieme a questi targhette di persone che vi hanno lasciato la vita a varie altitudini, così come quelle che abbiamo visto presso il rifugio: davvero tante probabilmente anche per il numero di ripetizioni della via.

La salita, ben indicata dai numerosi segni gialli, è abbastanza complessa e tortuosa, si alterna tra passaggi in arrampicata e traversi di neve con pendenze ragguardevoli. Giungiamo finalmente ad una vistosa guglia: il “Duomo di Milano”, proseguiamo in arrampicata e raggiungiamo una spalla dalla quale si intravede in basso il rifugio Quintino Sella: siamo attorno ai 3700 mt. Da qui, passando un po’ accovacciati sotto il caratteristico gendarme detto “Testa dell’aquila”, saliamo per l’ultimo canalone di neve che ci porta sulla cresta est; gli ultimi metri in arrampicata e verso le 11 siamo alla croce di vetta, contenti ma con la sicura convinzione che il più non è stato fatto e che la discesa sarà delicata e snervante.

Siamo a 3841 mt, il panorama è mozzafiato e difficile da descrivere, sicuramente il più appagante che abbia mai visto fino ad allora e ci permette di vedere immensi spazi in ogni direzione: a sud-est l’estesa pianura padana ove vi si distingue bene Torino, Cuneo e la Liguria con tutte le Alpi Marittime e Cozie ai nostri piedi, i gruppi del Monte Rosa, Cervino, Monte Bianco, Gran Paradiso, Grand Roc Noire e p.te de la Gran Casse che si stagliano immacolati e fieri in tutta la loro magnificenza verso Nord-est, e poi ancora più vicini riconosciamo lo Charbonnel ed il Rocciamelone meta della uscita del CAI di Carpi del 19 e 20 luglio. Ad est siamo già in territorio francese e le vette innevate ed ammaliatrici non si contano.


Discesa

Mangiamo un boccone e riposiamo mezz’ora per riprendere energie, in cima siamo in 4, i francesi sono scesi da 15 minuti ma altri 2 alpinisti stanno prendendo il sole dopo la fatica della parete nord.

Impiegheremo infatti ben 6 ore circa, per effettuare la discesa in sicurezza effettuando almeno 3 corde doppie di cui una su cordino lasciato a collana su spuntone, e diversi mezzi barcaioli nei tratti innevati ora diventati instabili ed infidi.

Complice il gran caldo ed il notevole innevamento alcune pareti sotto i 3500 sudano acqua ed altre sono solcate da rigagnoli splendenti ma preoccupanti che sembrano nati dal nulla. E’ il Po che prende vita tra le nostre dita e scarponi bagnati, la cosa ci riempirà il cuore a valle ma ora sovrappone difficoltà a ciò che già era delicato. Giunti sulla lingua del ghiacciaio perdiamo quota velocemente e presto ri-valichiamo.

La morena affrontata il mattino è ora un “toccasana” per le nostre gambe ormai stanche, lo zaino come un macinio sulle spalle e tutto ci lascia intuire che abbiamo speso tutto quello che avevamo.

Arrivati al rifugio, ci prendiamo una meritata pausa, saldiamo il conto, ci rifocilliamo e scendiamo in circa 2 ore verso la macchina che ci aspetta a Pian del Rè presso la sorgente del fiume Po. Durante il tragitto, complice il sole calante, si presentano a noi 4 stambecchi di cui il maschio dalla mole imponente ci ha lasciato libero il sentiero solo quando le nostre chiappe penso ormai rossastre erano a suo pieno tiro, direi non più di 4 metri, se ci avesse caricato penso che avremmo avuto la sola forza di girarci e sperare che il volo che ci avesse procurato ci portasse verso valle e non viceversa, così da guadagnare qualche metro.

Sono le 20.30, siamo a 2020 m, sono più 15 ore che siamo in cammino, la fatica è stata davvero tanta ed ora ci aspettano pure 4,5 ore d’auto per giungere a casa. In due giorni è davvero roba da matti, ma lo sappiamo che al CAI succede anche di peggio per colpa di quella maledetta malattia che ci riempie il cuore e svuota la testa quando siamo in Montagna!


Cosa serve :

NDA. Obbligatori casco, piccozza, ramponi, corda da 50m, alcuni nuts o friends, cordini vari, fettucce e 3 rinvii.

Molta acqua magari con sali minerali. Zaino comodo e fatto con della testa (ogni grammo lasciato in rifugio vi renderà più felici).


Come arrivare :

Autostrada Carpi-Campogalliano per Milano – a Piacenza prendere per Torino prima Torino uscita Orbassano poi Pinerolo Bergè Crissolo Pian dei Rè (4.5 ore) oppure se siete amanti del buon bere, delle strade in mezzo ai paesini e meno autostrada fate meglio è: Autostrada Carpi-Campogalliano per Milano – a Piacenza prendere per Torino prima di Torino uscita Asti Alba Brà – Savigliano – Saluzzo Crissolo Pian dei Rè (5 ore)

Costo (2003)

  • Rifugio mezza pensione 28,50 € + 15€ circa di autostrada

Indirizzi utili :

Rifugio Quintino Sella 0175 94943, casa del gestore 0175 94158

Ripetizione del Ven 21 e sab 22 Giugno 2003


compagno: Luca Merli


Schizzo:


Note:


Perché andarci :

  • Panorama impagabile e di rara bellezza
  • Bere l’acqua del Po quando la sua limpidezza e freschezza ci disseta più di mille bicchieri e mette in crisi il nostro concetto di “progresso sostenibile”
  • Ripercorrere le orme dei fondatori del CAI in un luogo intriso di natura e storia * Porsi una verifica obiettiva delle proprie capacità e dei propri molti limiti alpinistici.
  • Farsi una bella mangiata in quota quando in pianura il caldo ti permette di desiderare solo una granita.

Perché non andarci :

  • Mi accontento delle diapo di chi c’è andato
  • Bere l’acqua del Po mi fa venir mal la pancia solo a pensarci.
  • Della storia del CAI non mi può fregar di meno.
  • Penso di non aver nulla da imparare da una “normale”.

Quando andarci :

  • Metà giugno settembre (tel. sempre prima al rifugio).
  • Solo con previsioni di meteo stabile
  • Preferibili giorni infrasettimanali a causa del notevole traffico

Quando non andarci :

  • Previsioni di tempo instabile.
  • Rifugio pieno con magari corsi di alpinismo sulla via normale.

PDF salita:

Dalle sorgenti del Po alla Cima del Monviso

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[leaflet-marker lat=44.6656  lng=7.1099 visible=”true”]rif. Vittorio Emanuele

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