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Vinatzer-Messner

Punta Rocca, 3309m

Marmolada (BL)

Siamo in cordata a 3: io, Franz e Gio carichissimi per scalare la parete sud della Marmolada. Anche se con un po’ di timore, almeno da parte mia, so che sarà la scalata più dura che abbia mai fatto ma sono due anni che sogno di farla quindi … forza e coraggio si va !

Sono le ore 7 di venerdì 17 luglio. Dopo una bella colazione, accompagnati da Milo che poi ci saluterà alla Malga Ombretta, partiamo da Malga Ciapela con gli zaini pieni di attrezzatura e di tutta la nostra voglia ed entusiasmo. Ci sentiamo pronti ed in forma, ma presto scoprirò che scalare in Marmolada è tutta un’altra cosa da quello che ho sempre fatto in Dolomiti, non per niente è la regina delle Dolomiti

Abbiamo monitorato le previsioni da alcuni giorni e preso più volte informazioni dal rifugista del Falier per trovare la finestra di bel tempo utile per passare due giorni e una notte (in teoria) in parete.

L’avvicinamento alla malga di circa un’ora passa veloce tra chiacchiere e risate. Ci sentiamo veramente bene e carichi ed arriviamo a Malga Ombretta ove ci ristoriamo un po’ perché poi avremo ancora un’altra ora e mezzo di cammino.

Salutiamo Milo che ci abbraccia e ci augura una buona scalata. Ora siamo solo noi tre e subito sento che non ci sarà più nessuno dei nostri amici a sostenerci e confortarci, siamo noi 3 uno nelle mani dell’altro a portare avanti e vivere questa avventura. Si inizia !

Riprendiamo il cammino verso il Falier, dove lasceremo i nostri nomi e numeri di telefono su indicazione del rifugista. Un caffè, un pezzetto di crostata e si riparte verso l’attacco della via. L’adrenalina e l’entusiasmo aumentano sempre più e d’un tratto ci si presenta davanti la parete in tutta la sua maestosità.

Fino a quando non ci sei proprio sotto non ti rendi conto di quanto sia immensa. Mancano 50 metri. Ci fermiamo e indossiamo imbrago e caschetto, prendiamo fuori tutta l’attrezzatura, un abbraccio e un incoraggiamento reciproco tra noi e ci avviciniamo al diedro rossastro che segna l’attacco della via; l’inizio della nostra avventura.

Sì perché proprio di un’avventura si è trattato.

Parte Franz che è il più forte e secondo i piani deve scalare i primi 6 tiri, quelli con le difficoltà maggiori.

Lui è il più forte e su queste difficoltà ha ancora parecchio margine.
Con una bellissima e attenta arrampicata arriva alla prima sosta, recupera le corde e ci mette in sicura pronto a farci salire, in me la tensione sale. Sto iniziando a scalare una parete che temo e che mi piega le orecchie solo a guardarla, mi trovo in uno stato mentale mai vissuto in nessuna scalata, so che qui non si scherza.

Parto.

La roccia non è per niente solida, anzi in quel punto fa proprio schifo.

Dopo circa 10 metri tocco una presa invitante e crolla un pezzo di roccia grande come il caschetto di Gio e gli arriva proprio in testa e poi sul braccio destro. La sua testa sanguina, probabilmente graffiata dall’interno del caschetto.

Non iniziamo per niente bene. Dopo esserci sincerati che non si tratti di nulla di grave, Gio si riprende un attimo e ci dice che se la sente di continuare. Proseguo facendo la massima attenzione a tutto quello che tocco ma dopo alcuni metri un appoggio si sgretola e volo giù. Sembra marcia sta roccia!

Franz non manca di farmi notare che se fossi stato io da primo mi sarei già fatto male o peggio e ha perfettamente ragione.

Arrivo in sosta e poco dopo arriva Gio, riguardiamo a modo la sua ferita, sembra solo un graffio ma mi dispiace un casino per quello che è successo. Passiamo tutto il materiale a Franz e guardiamo la descrizione del prossimo tiro. Franz riparte e questo si ripeterà per i prossimi 5 tiri.

Questa prima parte della via è dura e non un granché divertente. La nebbia ci avvolge, le temperature calano e questo è quello che, al contrario delle previsioni meteo, ci aspetterà fino alla discesa due giorni dopo.

È il turno di Gio.

Parte per il suo primo tiro, arriva piano piano in sosta e ci recupera. Al secondo tiro, una volta arrivati in sosta, ci confrontiamo e capiamo che così siamo troppo lenti, inoltre abbiamo freddo e poca sensibilità a mani e piedi, ma non abbiamo intenzione di mollare e probabilmente ormai ritirarsi sarebbe più difficile che salire.

Decidiamo che è meglio e più sicuro far andare da primo Franz. Io e Gio spesso abbiamo freddo stando fermi in sosta e preghiamo di vedere il sole che proprio non arriva tra diedri e camini lisci e bagnati. Arriviamo all’ultimo tiro di questa prima giornata dopo 13 ore di scalata, le ultime due con la frontale per illuminare dove mettere le mani; mani che terrò sempre dentro le maniche del goretex, perché tanto non sento più cosa tocco ed i piedi, ormai congelati, non posseggono più sensibilità. La stessa cosa la stanno vivendo anche i miei compagni.

Alle 23 raggiungiamo la cengia mediana e troviamo una rientranza dove allestire il giaciglio per la notte. Abbiamo fatto scelte differenti su come coprirci: Franz e Gio hanno optato per uno zaino più ingombrante e scomodo per scalare ma a favore del caldo sacco a pelo e del Termarest; io invece ho preferito averne uno più compatto ma senza sacco a pelo, con un sacco da bivacco e più abbigliamento. Secondo me per passare una notte era sufficiente, non sapendo che non sarebbe stata l’unica di notte.

Prendiamo dallo zaino i viveri per la cena e mangiamo, dopo aver scaldato l’acqua per la tisana che ci riscalderà un attimo, ci mettiamo sdraiati pronti a dormire.

Il cielo adesso è sereno e stellato, forse l’immagine più piacevole della giornata.

Pian piano riesco a trovare una posizione sufficientemente comoda, ma ogni soffio di vento mi fa tremare dal freddo. Riesco finalmente ad addormentarmi ma mi sveglierò più volte nella gelida notte. In realtà non ho proprio dormito ero più che altro in uno stato di dormiveglia. Non ricordo nemmeno di aver sognato, ma ricordo bene di aver guardato più volte i miei compagni che riposavano.

Finalmente il sole sorge e pian piano la luce ci sveglia, salutiamo la cordata sdraiata poco distante a noi sul terrazzino di Tempi Moderni, due ragazzi tedeschi che affermano che i loro sacchi a pelo sono ricoperti di brina; anche le nostre corde ed i nostri zaini non sono da meno.

La colazione prevede succo di frutta ed una barretta che divoriamo.

Il cibo è finito e rimane solo un po’ di frutta secca ed una banana per tutta la giornata.

Rimettiamo l’imbrago, ci leghiamo ed iniziamo ad attraversare la cengia fino a trovare l’attacco della Diretta Messner.

Di nuovo carichi e motivati, convinti di scalare abbastanza velocemente questa seconda parte di via, ma in realtà non sappiamo ancora quello che ci aspetta.

Franz riparte a scalare su questa immensa placca di roccia stupenda, in una giornata più uggiosa e fredda della precedente. Io e Gio in sosta iniziamo ad avere molto freddo nonostante indossassimo tutto l’abbigliamento disponibile. Dapprima si ghiacciano nuovamente le mani e poco dopo i piedi che hanno perso di nuovo sensibilità. Ad ogni sosta la cosa si fa sempre più pesante e siamo sfiniti nel tremare e battere i denti.

Scalare questa parte di via è stato molto bello per la roccia ottima e la bella linea tracciata in apertura solitaria da Messner, ma estremamente duro per le condizioni meteo della giornata.

In me iniziano a salire parecchie preoccupazioni. Siamo di nuovo in ritardo sulla tabella di marcia complice il fatto di aver seguito una cordata che si è persa finendo sugli ultimi tiri della via Archimede, con difficoltà sostenute e roccia marcia.

Scaliamo gli ultimi tiri al buio. Di nuovo tengo le mani dentro le maniche, sono 12 ore che ho freddo e scalo senza sentire i piedi, non ne posso veramente più e so che ormai mi sono caricato di freddo e stanchezza, non ho il sacco a pelo e inizio a pensare che passare la notte sulla punta della Marmolada, non sia una opzione possibile ma mi sbaglio di grosso perché si rivelerà, al contrario, l’unica opzione possibile.

Sono le 22 della seconda sera e Franz arriva in cima. Un tiro di 60 metri. Velocemente ci recupera e noi scaliamo più rapidi che riusciamo perché siamo stremati e vogliamo solamente uscire da questa situazione. Vogliamo raggiungere al più presto l’ultima stazione della funivia per ripararci.

Arriviamo anche noi in cima, siamo stremati ma contenti: abbiamo scalato la Marmolada!

Una stretta di mano, un abbraccio e subito iniziamo a prepararci per la discesa.
Riponiamo tutto quello che non ci occorre negli zaini, beviamo un po’ d’acqua e via a cercare il sentiero di discesa. Ad un certo punto troviamo un fix con anello di calata e siccome nella nebbia, per un attimo, avevamo avvistato la luce, sembrava evidente che quella fosse la direzione giusta.

Caliamoci.

Errore enorme.

Franz e Gio scendono per primi finendo su una cengia e così mentre mi calavo mi chiedono di guardare se vedo un’altra possibile “doppia”. La trovo ed allestisco una seconda calata: vanno giù prima loro che si trovano già qualche metro sotto di me, e nuovamente dopo 60 metri sono in un punto dal quale non si può scendere se non attrezzando un’altra doppia. Arrivo giù anche io e non trovo nessun altro punto per calarci ancora: la roccia è ricoperta di ghiaccio, sotto di noi c’è solo nebbia e buio e non riusciamo a capire la distanza dal presunto suolo. Ho martello e chiodi con me ma non sappiamo se bastano. Cerchiamo un sentiero per scendere ma non riusciamo a trovare nulla. Nulla tranne un piccolo terrazzino dove riusciamo a stare seduti stretti tutti e tre.

Ora realizziamo che ormai non ci rimane altro da fare che fermarci e passare la notte qui.
Pianto due chiodi ed allestisco una sosta alla quale assicurarci perché stavolta non dormiremo in cengia, ma in parete sopra al ghiacciaio. Ci assicuriamo alla sosta e sistemiamo gli zaini e la corda rimasta per farci un piano un po’ più morbido, poi ci infiliamo io nel sacco bivacco e Franz e Gio nei sacchi a pelo.

Ho freddo e il sacco bivacco non è sufficiente a ripararmi dal freddo in questa condizione. La temperatura è circa tre gradi sotto lo zero e tira vento qui in cima, sono preoccupato, molto preoccupato. Non sono attrezzato e pronto per passare un’altra notte in parete, con più freddo della precedente ed il corpo così stremato dal freddo di questi due giorni.

Inizio a pensare al peggio e so che stanotte devo stare sveglio e cercare di disperdere meno calore possibile. Dentro al sacco da bivacco si forma condensa che mi bagna i vestiti e mi si ghiaccia addosso. Che situazione assurda. Tremo e batto i denti. Anche gli altri stretti vicino a me sentono i miei tremori che mi scuotono decisamente. Per tutta notte non dormo, continuo a tremare e puntare i piedi per non scivolare di sotto anche se sono legato.

Sarà lunga far venire mattina.

Albeggia finalmente, si inizia a vedere la luce e mi rendo conto che il peggio è passato. Sono riuscito a superare questa durissima notte. Piano piano anche gli altri si svegliano ed iniziano ad uscire dal sacco a pelo. Intorno a noi ancora nebbia, non riusciamo ancora a capire dove siamo quando, ad un certo punto, il vento spazza via tutto per un attimo e ci permette di vedere il ghiacciaio.

Ci rendiamo conto che siamo finiti esattamente dalla parte opposta alla funivia. A questo punto o scaliamo la parete che è ricoperta di ghiaccio o scendiamo dal ghiacciaio senza ramponi e piccozze. Decidiamo di risalire, sono altri 120 metri di scalata dopo 2 giorni e due notti in parete, ma ormai questo è il meno.

Una volta raggiunta nuovamente la cima di Punta Rocca, notiamo un sentiero appena accennato che scende lungo la parete opposta. Lo imbocchiamo stando attenti a non scivolare perché siamo ancora parecchio alti dal piano innevato e ci dirigiamo verso la funivia. Arrivati sulla neve ci rendiamo conto che ce l’abbiamo fatta nonostante tutto ed iniziamo a correre, ridere e scherzare come tre bambini felici …  eccome se siamo felici !

Più volte scendendo siamo caduti sia sul nevaio che sul sentiero perché i nostri corpi erano stremati e indeboliti dal freddo sopportato. Da un giorno avevamo finito il cibo e anche questo non ci ha aiutati. Siamo in prossimità del Passo Fedaia e finalmente iniziamo a sentirci al sicuro. Siamo tornati sani e salvi da una scalata che doveva essere impegnativa ed invece si è rivelata estrema ma la soddisfazione e le tante emozioni vissute ci riempiono il cuore e la testa.

Wow abbiamo scalato la Marmolada !

Siamo sfiniti e mentre attendiamo gli amici al rifugio Fedaia, tra risate e riflessioni ci godiamo un ristoro a base di wurstel, patatine fritte e l’immancabile birra con la quale brindiamo alla riuscita della nostra impresa.

Oggi a distanza di 4 settimane non abbiamo ancora ripreso la sensibilità ai piedi che si erano congelati, ma anche questo a volte fa parte del gioco, adesso possiamo pensare a progetti futuri.

È stata una bellissima esperienza dalla quale ho appreso tanto: in primis che fino a quando la testa regge, il nostro corpo ha tanto, tanto margine e poi quanto sia importante essere con compagni fidati ed affiatati. Ma noi non siamo solo compagni di cordata, piuttosto tre amici che hanno condiviso tantissime emozioni, sofferenze ed un’avventura straordinaria.

Ad oggi la Marmolada è la montagna che mi ha messo più a dura prova, sia fisica che mentale, anzi soprattutto mentale. Non avevo mai scalato e bivaccato in condizioni così severe e forse, proprio per questo, è quella alla quale adesso mi sento più legato.

Grazie Frenci, grazie Gio per aver condiviso tutto questo con me!!!!

Le Marmotte di Malga Ciapela:

Alessandro Graziosi

Francesco Salata

Gioacchino Dell’Argine


Ripetizione del 17, 18 e 19 luglio 2020

Alessandro Graziosi, Francesco Salata, Gioacchino Dell’Argine


Note:

  • I


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Romilla

cascata Romilla

di Val di Mello (So) – 1300m

 

Il freddo invita ed in valle pare esserci solo noi e qualche rapace, questo giorno.
Magnifica cascata in ambiente alpino di primo ordine.
La cascata sarà la più bella della stagione ed una delle migliori nella mia modesta esperienza.
Anche se non ci sono passaggi eccessivamente duri, lo sviluppo, i 7 tiri di corda, le soste da attrezzare non sempre sul solido e la discesa lunga e da cercare, ne fanno una cascata con la C maiuscola e da non prendere sottogamba.
Durante la nostra ripetizione ghiaccio in parte duro e spaccoso per via del brusco abbassamento termico. In più punti staccata e fessurata. La candela del chiave richiede determinazione per protezioni un pò aleatorie e qualità e quantità del ghiaccio.


Apritori:

 


Accesso:

P nei pressi dell’impianto del Col Rodella, da li la cascata è già ben visibile in direzione S, SE a soli 500m. Il quarto tiro appare interrotto ma solo perchè il flusso è nascosto alla vista.

Passare la pista da fondo e poi salire nel bosco su tracce che in 15 min portano alla base della cascata. Attaccare a sx sulla verticale della sosta e fuori da crolli di frange della goulotte, oppure a dx più facile ma più esposto.


Quota / Probabilità formazione:

1300m / Media probabilità di formazione ***


Relazione salita:

tiro m difficoltà descrizione
L1 45 WI 2+ sosta a dx su roccia da attrezzare
L2 35 WI 3+ sosta da attrezzare su ghiaccio
L3 45 WI 4+ tiro chiave su 5m di candela tecnica e cariata, sosta da attrezzare su ghiaccio
L4 55 WI 3 sosta a dx da attrezzare su roccia
L5 45 WI 3+ sosta a dx da attrezzare su ghiaccio
L6 45 WI 3 sosta a dx da attrezzare su ghiaccio
L7 30 WI 4 traverso delicato a sx e poi dritto, sosta su albero.
sviluppo 300
gradazione WI 4+, IV

Data salita:

20/03/2013 con Paolo Dante Gatti (Christian Farioli e Gianluca Bulgarelli altra cordata)


Schizzo:

 


Discesa

Esistono 3 possibilità:

  1. calata in doppie da attrezzare (non attuata)
  2. si sale poi a dx si prendono tracce che fanno perdere quota in un canalone ripido (non verificata e sconsigliabile se non sicuri della traccia)
  3. soluzione classica, coma da guida di Sertori, si sale per 50m poi si prendono tracce a sx che portano ad una passaggio “segreto”. Questa è una cengia esposta lunga 20m delimitata a dx da una pala granitica verticale ed a sx dal vuoto (tenere i ramponi). Passata questa si arriva ad una massicciata di sassi che indica in modo chiaro il sentiero del Temola. Si scende tenendo la dx, occhio che un primo invitante pendio a sx che è un trampolino di lancio.

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Note:

  • Una perla da non lasciarsi sfuggire

Bibliografia:


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cresta Kuffner

anche detta “cresta della Tour Ronde”

Mont Maudit 4468m

Monte Bianco – Alta Savoia (IT-FR)

I cartografi possono ben tracciare confini lungo le dorsali montuose, stabilire che un versante appartiene a una nazione e un versante a un’altra.
L’alpinista che le scala dai due lati dimostra che una montagna unisce e non separa.
Lassù calpesta il confine inventato e lo cancella.

Erri De Luca, Il più e il meno, Feltrinelli, Milano 2015

Non esiste una vera e propria data spartiacque ma è innegabile che da un certo momento in poi alcuni uomini e donne, abitanti delle basse terre, hanno guardato in su con occhi diversi.

I picchi più alti, almeno in Europa, erano stati tutti praticamente già saliti e lo stile era perlopiù quello imperialista e colonialista: l’uomo si avvicinava a terre sconosciute prima col solito pretesto di conquista e dopo di supremazia, dominio con l’immancabile arroganza di sfruttamento.

Era nato l’Alpinismo ma con queste premesse, del tutto classiche e ricorrenti nella storia dell’uomo, penso che quasi nessuno ne potesse auspicare la longevità e soprattutto prevedere gli sviluppi.

Fu proprio allora, verso la fine del diciannovesimo secolo che i nostri bisnonni alzarono lo sguardo a quelle guglie, pinnacoli e cupole ghiacciate e ne intravidero una seconda anima, una nuova funzione.
Le pareti acquisirono dignità propria, il fine era sempre quello di raggiungere il punto più alto, ma ora lo si faceva per versanti diversi, con diversi avvicinamenti e soprattutto una diversa mentalità.

L’uomo si era scoperto anche in questa disciplina romanticamente legato ad una ricerca “del bello”, ad innalzare l’estetica a funzione etica.

Non bastava più salire ma era divenuto importante per “dove” e “come” farlo.

Un chiaro esempio lo si ebbe giusto qualche lustro prima della fine del secolo.
Era il 1865 ed un gruppo di quattro alpinisti della Alpine Club inglese insieme a due delle più forti guide del momento, i cugini Anderegg, realizzarono tramite lo Sperone della Brenva la prima traversata dall’italiano ghiacciaio della Brenva, sbucando all’ominimo Col e poi giù in Francia, per le Corridor ed i Rochers Rouges Inferiori.
Chiunque capiti da quelle parti, ma anche solo dalla val Veny vede bene che il Bianco, in quel versante, poggia con insistente violenza su un bacino tormentato di ghiaccio facendolo esplodere sotto e stando in piedi solo perché sorretto da mille pilastri e lame granitiche che, puntellando il gigante, ne sostengono la ciclopica mole.

È una visione che toglie il fiato tanto è possente e tangibile la presenza della natura in quei contrasti, scenari che annichiliscono l’uomo ma al contempo lo attraggono magneticamente.

Su di lì passa lo Sperone della Brenva che a ben guardare è come prua in mezzo ai ghiacci. Li frange e divide mettendosi a nudo come la linea più logica e naturale, per pensare di poter salire in quel dedalo di feroce bellezza.
Salita che fu affrontata dai primi salitori gradinando per centinaia di metri con energiche ed interminabili sciabolate di piccozza sul ghiaccio a 60°, tra seracchi e crolli che qui trasmettono le sensazioni di terremoti.
Questa impresa passò in secondo piano solo per la salita del Cervino il giorno prima e dall’enorme eco mediatico che ebbero le quattro conseguenti morti.

Ecco è da scelte come questa che mi piace pensare sia nato il vero germe dell’Alpinismo.

Persone che guardano le cose con occhi diversi e ne trovano un nuovo lato estetico, di sfida con sé stessi prima che con altri.

Dovevano pensarla così anche Burgener e Moritz v. Kuffner che qualche anno dopo, nel 1887, hanno guardato da Courmayeur la cima del Bianco, che allora doveva apparire più alta e pericolosa dell’Everest oggi, ed hanno tracciato nei loro occhi e desideri quella che sarebbe divenuta una delle più estetiche creste del monte Bianco e non solo.

Armati di scarpe di pelle senza suola in gomma ne ramponi, con un rudimentale bastone con arpione in capo chiamato alpenstock (l’antenato delle nostre iper-tecniche piccozze) e soprattutto senza nessun mezzo di assicurazione intermedia ma solo una corda di canapa, che spesso veniva usata dalla guida solo per “sollevare di peso” il cliente; ecco con questa attrezzatura insieme a J.Furrer ed un portatore si infilarono anche loro su per la Brenva.

Allora le propaggini del ghiacciaio dovevano spingersi fino all’inizio della val Veny ad Entrèves, dove la Dora prende vita non lontano dagli attuali impianti di risalita ma, alla fine di quel secolo, la salita era ancora tutta da farsi a piedi e senza sconti.

Pensare che quattro persone partirono così, senza indicazione alcuna se non la certezza del punto di arrivo ma con nessuna esperienza e notizia sul percorso da farsi, ha tutti i crismi dell’esplorazione di terre vergini in continenti inesplorati.

I nostri protagonisti salgono per i margini orientali del ghiacciaio fino a portarsi su un isolotto roccioso a sud della Tour Ronde. Lì bivaccano il primo giorno vicino a quello che poi diverrà il bivacco fisso della Brenva a circa 3060m. Il seguente ridiscesero sul ghiacciaio e risalirono tra crepacci fino ad individuare un canale di fuga per sbucare quasi sullo spartiacque, vicino alla Calotte de la Brenva. Lì aggirarono “una alta torre di roccia” (probabilmente il Dente sud-est della Fourche) e bivaccarono in piena cresta nei pressi di quello che ora è l’Alberico e Borgna, lasciando con lungimiranza ai posteri in eredità due tra i più iconici bivacchi del gruppo.

Ma fu il giorno seguente che il gruppo disegnò quello che a tutti gli effetti può essere ricordato ed annoverato come un capolavoro di eleganza, intuito e determinazione.

Salirono completamente la cresta a precipizio che dopo ottocento metri di caduta collega il dente in alto: il mont Maudit, con la piramide in basso: la tour Ronde.

Non paghi di ciò in cima al Maudit alle tre e mezza del pomeriggio, ridiscesero al col della Brenva e risalirono fino a quel puntino che si erano dati come meta finale: il monte Bianco che, da dove lo vedevano loro a Courmayeur, distava solo: tremilacinquecento metri di dislivello, un secolo di esplorazione e la riscrittura dei paradigmi dell’Alpinismo vivi fino ad allora.

Non sono forse questi quei “piccoli passi per un uomo, ma un grande passo per l’umanità” che rendono l’esplorazione ai limiti dello scibile umano una delle più meritevoli e palpitanti ragioni d’essere della civiltà umana?

Io penso di sì.


Descrizione sintetica:

Si sviluppa lungo la cresta di frontiera lunga 1800 metri ed ancora oggi costituisce l’itinerario logico e naturale che collega la tour Ronde con il Maudit e Tacul.
La cordata dei primi salitori, condotta da Alexander Burgener, partì da Courmayeur e risalì il fianco orientale del Ghiacciaio della Brenva, toccò l’isolotto dove si trova attualmente il Bivacco della Fourche e seguì la cresta dalla Calotte de la Brenva al Col de la Fourche.
Dopo il Mont Maudit raggiunsero la vetta del Monte Bianco con una salita quindi di almeno 3700m di dislivello.
Oggi grazie agli impianti ed al rifugio Torino è richiesto molto meno sforzo ed abilità agli alpinisti.

Apritori:

Prima salita del 2-3-4 luglio 1887 – Moritz von Kuffner, Alexander Burgener (guida), Josef Furrer e un portatore che arrivarono fino in cima al Bianco.

Alexander Burgener (clicca sulla foto per approfondire)
Moriz von Kuffner

Scheda sintetica salita:

Zona MontuosaMonte Bianco
SottogruppoMonte Bianco
SettoreAlpi Graie
StatoITALIA-Francia
Località di PartenzaLa Palud (AO)
Parcheggiofunivie Sky Way monte Bianco – La Palud (AO)
Sentierisolitamente traccia dal rif. Torino al Cosmique ma in caso di meteo avverso o recenti nevicate difficoltà di orientamento e crepi sia sul ghiacciaio del Gigante che sul cirque Maudit
Punti d’appoggiorif. Torino 3375 m – biv. La Fourche 3675m
Dislivello avvicinamento [m]600 m circa
Dislivello itinerario [m]800 m circa
Sviluppo itinerario [m]4km x attacco + 1500 m cresta + 5km Cosmique.
Tot 17km (andata e ritorno dal rif.Torino)
Quota attacco [m]3700 m circa
Quota arrivo [m]4465 m
Cartografia utilizzataMonte Bianco IGN 1 : 25000
Tipologia itinerarioCresta alpina di neve e misto in alta quota
Difficoltà su rocciaM3, breve passaggio di “IV classico del Bianco”
Grado su ghiaccio55°/60°
ProteggibilitàR3
ImpegnoIV
Difficoltà globaleD
Pericolo slavineMarcato in caso di neve recente.
MaterialeNDA, 1 piccozza classica, 2 viti ghiaccio corte, qualche nuts, friends #0.5-1-2, cordini
Esposizione prevalenteE, SE, N
Discesaper la normale al m.Maudit e m.Blanc du Tacul
Data gita10, 11, 12 agosto 2011
Tempo impiegato avvicinamento4.5 h (2.5h per l’accesso al canale + 2 h di canale e ricerca del posto da bivacco di fortuna)
Tempo impiegato salita9.5 h (cordata da tre)
Tempo impiegato discesa3h al ref. Cosmique + 3h dal Cosmique al rif.Torino
CompagniChristian Farioli – Paolo Dante Gatti
Giudizio9,5
ConsigliataSi. Una delle più belle e classiche creste sul Bianco e di tutte le Alpi.

Accesso:

Pervenire a Courmayeur e poi direzione Monte Bianco Skyway. Parcheggiare e prendere la funivia per Punta Helbronner/rifugio Torino.
Giunti a punta Helbronner scendere con ascensore e percorre la comoda galleria che deposita comodamente (rispetto le vecchie scalinate) alle porte del rifugio Torino 3338m.


Avvicinamento:

Dal rifugio si accede in direzione N per il ghiacciaio del Gigante sulla traccia che conduce al rif. Cosmique (usuale ritorno). Si passa il Col des Flambeaux 3407 m e da qui su percorso crepacciato si scende piegando a SX e passando sotto la parete Nord della Tour Ronde.
Si prosegue praticamente in falsopiano puntando in direzione del Grand Capucin e della ormai evidente cresta che collega la Tour Ronde al caratteristico dente della vetta del m.Maudit: la cresta Kuffner per l’appunto.
Si aprono due possibilità:


1) Se si vuole bivaccare all’Alberigo e Borgna 3675m (col de la Fourche)


Puntare alla cresta dove si individua il secondo evidente canale dei tre visibili che porta su pendenze costanti tra i 50-55° al Colle de la Fourche (m.3684) ove poco oltre è situato il bivacco Alberigo e Borgna nel versante italiano, sul ghiacciaio della Brenva.
In tarda stagione questo canale risulta spesso in delicate condizioni di ghiaccio, sfasciumi e con terminale aperta.
Attenzione ad essere mattinieri siccome il bivacco ospita 15 persone e spesso risulta sovraffollato siccome serve anche molti itinerari sulla Brenva.
Tempo: 2h30/3h00 dal rifugio Torino

2) Se si vuole accedere direttamente alla cresta Kuffner (soluzione da noi preferita, con un bivacco in parete però)


Puntare alla cresta in direzione NW risalendo verso gli impressionanti seracchi del col.Maudit.
Si individua il più ampio dei canali e l’ultimo che collega, prima dei pilastri rocciosi, il sovrastante crinale orizzontale al plateau sottostante, con una ininterrotta lingua di neve. Attenzione all’accesso: anche se pianeggiante è cosparso di importanti crepacci.
Passata la terminale risalire il couloir su pendenze costanti sui 50° proteggendosi a volte sulle rocce di DX o mediante viti

Dentro al canale con pendenze costanti sui 50°

fino a sbucare sulla orizzontale cresta a 3740 m.
Questo canale di 180 m a 50°, rappresenta la variante d’attacco diretta dal rif.Torino ed è utile e vantaggiosa in caso di stagione avanzata o bivacco sovraffollato.
Prima salita da R.L.G. Irving, G.L. Mallory, H.E.G. Tyndale il 18 agosto 1911
Tempo: 3h/4h dal rifugio Torino

Relazione salita:

Dal biv. della Fourche (Alberico e Borgna, 3675 m) si segue la affilata cresta orizzontale su terreno misto ed esposto, aggirando a destra un gendarme fino a trovarsi sopra un pendio nevoso che scivolando a destra termina al cirque Maudit.
Questo è il

fine del canale di accesso diretto dal rif.Torino in prossimità della congiunzione con la cresta che porta al bivacco della Fourche

canale di accesso diretto dal rif.Torino (avvicinamento 2)
Poco dopo la cresta inizia a salire.
Tempo: 30-40 minuti saremo sui 3740 m

Prima parte della cresta (dall’accesso diretto alla punta dell’Androsace)

Giunti a 3740m circa, dove il canalone di accesso diretto si congiunge con la cresta che parte dal col de la Fourche la cresta inizia a prendere quota per terreno misto

I primi tratti di misto sulla Kuffner

fin contro un primo grande risalto che si supera sul versante est (Francia).
Si prosegue in parete, salendo verso sinistra sul fondo innevato di un largo canale roccioso.
Si riprende la cresta dove ridiventa nevosa portandosi sull’altro versante W (Brenva) fin sopra il primo risalto.
Presto la cresta diviene ancora più sottile e aerea fino ad una spalla nevosa, simile ad una onda ghiacciata (orlate cornici sul lato E) che è un simbolo iconografico e fotogenico della Kuffner

Sull’onda ghiacciata prima dell’Androsace, il versante Brenva toglie il fiato.

Percorrendola si giunge ai piedi della rocciosa Pointe de l’Androsace a 4107 m.

sulla gengiva dell’Androsace


Questa aguzza punta strapiombante di solito si aggira per la gengiva, scendendo qualche metro a sinistra (vers. Brenva) con un traverso di misto su lastre sfaldate esposto ma proteggibile su spuntoni.
Risalire poi con andamento diagonale da destra a sinistra (faccia monte) un canalino di misto ( terreno instabile con poca neve ).

Aggirando in basso l’Androsace

Dopo 15-20m ed un tecnico passo in fessura (pass. IV, 1 ch) si giunge sulla crestina nevosa oltre la punta a N, ma ancora alti.
Qui su un blocco si trovano cordini per una breve doppia di 5m o per assicurarsi disarrampicando (II esposto).

Sui blocchi della breve doppia dopo la gengiva.


Si approda così ad una piccola sella, preludio della

Seconda parte della cresta che ci porterà fin sulla spalla del Maudit


Ripresa la cresta si raggiunge per terreno misto la spalletta nevosa a 4240 m dove si unisce con la cresta che sale dal Col Maudit 4030 m (possibile primo punto di discesa).
Si prosegue verso W sempre su misto esposto (passi di II, III) e tramite un sistema di diedri paralleli ed una affilata crestina finale fino alla

misto esposto

aerea spalla del Maudit a NE 4345 m.


Qui inizia la terza parte (dalla spalla alla cima DEL MAUDIT)


Alcune cordate preferiscono da qui scendere ma se non avete buoni motivi il consiglio è proseguire fino in cima al Maudit.
L’itinerario qui cambia versante approdando a quello N e ridiviene completamente nevosa

cresta sommitale dalla spalla a 4345m in vista della cima e del Col du mont Maudit dove passa la normale.

Stare bassi sulle estetiche ma prominenti cornici e salire il pendio N che porta proprio sotto la rocciosa ed aguzza torre sommitale.
Questa si aggira a destra (W) stando in piena parete N e salendo appena possibile alla gengiva nevosa nel tratto più alto e proficuo.
Ora solo la breve cresta W di pochi metri vi separa dalla vetta.

Mont Maudit

Tempi:

ore 6-8 dal bivacco della Fourche
ore 8.30-11 dal rif. Torino


Foto tracciato:

foto presa dalla Arête du Diable

Schizzo via:

Relazione completa:

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Discesa:

1) Dalla spalla del Maudit 4345 m


Dalla spalla del Maudit, alla fine delle difficoltà, si esce sulla cresta nevosa che porta ad W verso la cima del m.Maudit.
Questo è un buon punto in caso di ritirata siccome è possibile scendere percorrendo la cresta che collega al col Maudit (45°, tratti di misto) e da lì facilmente ricongiungersi alla traccia per il m. Blanc du Tacul e quindi intercettare la normale che scende al ref. Cosmique. Tot 2-2.5h
Oppure se si conosce l’ubicazione usare le doppie attrezzate (informarsi sullo stato) della goulotte Filo d’Arianna per approdare direttamente alla combe Maudit e quindi velocemente al ghiacciaio del Gigante.

2) Dalla cima del Maudit è possibile:
A) Scendere per la “normale dei 3 monti” al monte Bianco

Le cordate solitamente utilizzano questa “normale” dapprima scendendo verso Ovest direzione col de la Brenva e poi deviando appena possibile a N, N-E ad intercettare la buona traccia.

nei pressi del Col de La Brenva intercettando la traccia che sale al monte Bianco


Da qui si perviene al col du mont Maudit (4365 m) e si discende il ripido canale con crepaccia terminale, che porta sotto alla spalla NE del Maudit (in stagione possibili doppie attrezzate dalle rocce e/o su fittoni).

nei pressi del col Maudit 4029 m, la parete N del Maudit e la traccia della “normale ai 3 Monti” è evidente


Da qui in falsopiano fin al col Maudit (4035 m) e poi breve risalita per scavallare il crinale che spalanca la vista al versante Nord del mont blanc du Tacul ed alla sottostante

Aiguille du Midi, sotto il ref. Cosmique e aiguille Verte sulla destra.

Aiguille du Midi (3842 m) e ref. Cosmique (3613 m).
Tra un dedalo di crepacci e seracchi si perviene alla base del Triangle du Tacul nei pressi del col du Midi (3532 m).

Qui si aprono altre due possibilità:

  • Si pernotta al ref. Cosmique (prenotare).
    Con lungo movimento antiorario si risale al ref. du Cosmique (3613 m) si pernotta ed il giorno seguente si ritorna al rif. Torino (vedi sotto), alla luce del sole sul magnifico ghiacciaio del Gigante con panorami mozzafiato e senza l’assillo di perdere la funivia. (consigliato e soluzione da noi adottata).
    Tempi: Dal m.Maudit al ref.Cosmique in circa 2-3h (variabili da affollamento, doppie e stanchezza)
  • Si scende al rif. Torino (prenotare l’eventuale pernotto ed avvisare se si fa tardi)
    Si intercetta la traccia che in stagione è presente dal Cosmique al Torino e che passa più o meno vicino al col du Gros Rognon (3415 m pilone dell’ovovia). Attenzione a non aver fretta e tagliare siccome il pianoro è altamente crepacciato.
    Da lì scendere dolcemente e passare in rassegna il Pillier Cecchinel, la Modica-Noury, couloir Gervasutti, il pillier Boccalatte, il Supercouloir, la Pyramide tu Tacul, la Pointe Adolphe Rey e dall’altro versante Aiguille Verte, Grand Jorasses e Dente del Gigante chiudono la quinta scenica.
    Per quante montagne abbiate visto, questo colpo d’occhio è unico al mondo e merita già da solo il viaggio!
    Appena lasciati dietro i satelliti del Tacul (seracchi) si perviene al punto più basso a circa 3150 m e quindi saranno da risalire gli ultimi infiniti 260 m puntando subito al col de Flambeaux 3407 m e poi in falsopiano fino al rif. Torino.
    Tempi: 3h dal ref. Cosmique. 5-6h dalla cima del m.Maudit. 13-17h anello completo rif.Torino – Maudit – rif.Torino
B) Salire per la “normale dei 3 monti” al monte Bianco

Soluzione molto estetica ed appagante che prevede la discesa al col de la Brenva 4303 m e risalita per il Mur de la Cote ed i Petits Mulets fino in cima al monte BIANCO 4810 m.
Da li poi diviene logico scendere e pernottare al ref. GOÛTER 3865m od in caso di meteo avverso un bivacco alla capanna Vallot 4362 m.
Il giorno seguente:

  • scendere al ref. Tete Rousse 3165 m e poi ritorno con mezzi pubblici in Italia oppure
  • risalire al Dome de Gouter 4306m e poi scendere per la normale Italiana al rif. Gonella 3071 m, compiendo una traversata tra le più belle, intense e complete delle Alpi e non solo!

Punti appoggio:

Rifugio Torino 3375m
http://www.rifugiotorino.com
biv. Fourche – Alberico Borgna 3675m
Bivacco Alberico -Borgna

Compagni:

Christian Farioli e Paolo Dante Gatti


Cartina

In rosso la salita, in viola la discesa al Cosmique ed in blu il ritorno al rif.Torino.
fonte http://www.ign.fr/

GPS


Note:

  • la cresta non oppone mai passaggi tecnicamente molto difficili però è decisamente continua sul profilo dell’esposizione e concentrazione richiesta. Occorre essere a proprio agio sui ramponi in ogni situazione e per parecchie ore, una scivolata viene pagata il più delle volte con la caduta della cordata intera siccome si è sempre su un solo ripido versante e con protezioni aleatorie.
  • valutare attentamente la meteo, soprattutto lato francese. Una volta passata l’Androsace è più veloce e sicuro uscire sulla spalla ed appena possibile scendere al col Maudit, piuttosto che ripercorrere la cresta a ritroso. Non ci sono vie di fuga intermedie.
  • salire solo in cordate affiatate e non troppo eterogenee sotto il profilo dell’esperienza, resistenza fisica e livello tecnico.
  • a stagione inoltrata i canali di accesso o qualche diedro a sud sotto la spalla del Maudit potrebbero essere secchi ed andare in verglas. Ciò potrebbe rendere utile una seconda piccozza.
  • Noi partendo tardi e trovandoci al rif. Torino nel pomeriggio abbiamo trovato il bivacco della Fourche pieno e di conseguenza abbiamo deciso per un bivacco di fortuna in cresta, sotto un sasso. La posizione l’ho segnalata nella relazione ma tenetela come ultima chance, molto più agevole partire dal rif. Torino 3h prima.

Bibliografia utilizzata:

Meteo:


Meteo Courmayeur

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Video:


Gallery

Day 1, dal rifugio Torino al bivacco di fortuna in cresta:
Day 2, sulla cresta Kuffner fino al Maudit e poi al rifugio Cosmique: