Categorie
4000m Alpi Occidentali Alta Quota couloir Gruppo montuoso ice climbing monte Bianco Racconti di Montagna relazioni

cresta Kuffner

anche detta “cresta della Tour Ronde”

Mont Maudit 4468m

Monte Bianco – Alta Savoia (IT-FR)

I cartografi possono ben tracciare confini lungo le dorsali montuose, stabilire che un versante appartiene a una nazione e un versante a un’altra.
L’alpinista che le scala dai due lati dimostra che una montagna unisce e non separa.
Lassù calpesta il confine inventato e lo cancella.

Erri De Luca, Il più e il meno, Feltrinelli, Milano 2015

Non esiste una vera e propria data spartiacque ma è innegabile che da un certo momento in poi alcuni uomini e donne, abitanti delle basse terre, hanno guardato in su con occhi diversi.

I picchi più alti, almeno in Europa, erano stati tutti praticamente già saliti e lo stile era perlopiù quello imperialista e colonialista: l’uomo si avvicinava a terre sconosciute prima col solito pretesto di conquista e dopo di supremazia, dominio con l’immancabile arroganza di sfruttamento.

Era nato l’Alpinismo ma con queste premesse, del tutto classiche e ricorrenti nella storia dell’uomo, penso che quasi nessuno ne potesse auspicare la longevità e soprattutto prevedere gli sviluppi.

Fu proprio allora, verso la fine del diciannovesimo secolo che i nostri bisnonni alzarono lo sguardo a quelle guglie, pinnacoli e cupole ghiacciate e ne intravidero una seconda anima, una nuova funzione.
Le pareti acquisirono dignità propria, il fine era sempre quello di raggiungere il punto più alto, ma ora lo si faceva per versanti diversi, con diversi avvicinamenti e soprattutto una diversa mentalità.

L’uomo si era scoperto anche in questa disciplina romanticamente legato ad una ricerca “del bello”, ad innalzare l’estetica a funzione etica.

Non bastava più salire ma era divenuto importante per “dove” e “come” farlo.

Un chiaro esempio lo si ebbe giusto qualche lustro prima della fine del secolo.
Era il 1865 ed un gruppo di quattro alpinisti della Alpine Club inglese insieme a due delle più forti guide del momento, i cugini Anderegg, realizzarono tramite lo Sperone della Brenva la prima traversata dall’italiano ghiacciaio della Brenva, sbucando all’ominimo Col e poi giù in Francia, per le Corridor ed i Rochers Rouges Inferiori.
Chiunque capiti da quelle parti, ma anche solo dalla val Veny vede bene che il Bianco, in quel versante, poggia con insistente violenza su un bacino tormentato di ghiaccio facendolo esplodere sotto e stando in piedi solo perché sorretto da mille pilastri e lame granitiche che, puntellando il gigante, ne sostengono la ciclopica mole.

È una visione che toglie il fiato tanto è possente e tangibile la presenza della natura in quei contrasti, scenari che annichiliscono l’uomo ma al contempo lo attraggono magneticamente.

Su di lì passa lo Sperone della Brenva che a ben guardare è come prua in mezzo ai ghiacci. Li frange e divide mettendosi a nudo come la linea più logica e naturale, per pensare di poter salire in quel dedalo di feroce bellezza.
Salita che fu affrontata dai primi salitori gradinando per centinaia di metri con energiche ed interminabili sciabolate di piccozza sul ghiaccio a 60°, tra seracchi e crolli che qui trasmettono le sensazioni di terremoti.
Questa impresa passò in secondo piano solo per la salita del Cervino il giorno prima e dall’enorme eco mediatico che ebbero le quattro conseguenti morti.

Ecco è da scelte come questa che mi piace pensare sia nato il vero germe dell’Alpinismo.

Persone che guardano le cose con occhi diversi e ne trovano un nuovo lato estetico, di sfida con sé stessi prima che con altri.

Dovevano pensarla così anche Burgener e Moritz v. Kuffner che qualche anno dopo, nel 1887, hanno guardato da Courmayeur la cima del Bianco, che allora doveva apparire più alta e pericolosa dell’Everest oggi, ed hanno tracciato nei loro occhi e desideri quella che sarebbe divenuta una delle più estetiche creste del monte Bianco e non solo.

Armati di scarpe di pelle senza suola in gomma ne ramponi, con un rudimentale bastone con arpione in capo chiamato alpenstock (l’antenato delle nostre iper-tecniche piccozze) e soprattutto senza nessun mezzo di assicurazione intermedia ma solo una corda di canapa, che spesso veniva usata dalla guida solo per “sollevare di peso” il cliente; ecco con questa attrezzatura insieme a J.Furrer ed un portatore si infilarono anche loro su per la Brenva.

Allora le propaggini del ghiacciaio dovevano spingersi fino all’inizio della val Veny ad Entrèves, dove la Dora prende vita non lontano dagli attuali impianti di risalita ma, alla fine di quel secolo, la salita era ancora tutta da farsi a piedi e senza sconti.

Pensare che quattro persone partirono così, senza indicazione alcuna se non la certezza del punto di arrivo ma con nessuna esperienza e notizia sul percorso da farsi, ha tutti i crismi dell’esplorazione di terre vergini in continenti inesplorati.

I nostri protagonisti salgono per i margini orientali del ghiacciaio fino a portarsi su un isolotto roccioso a sud della Tour Ronde. Lì bivaccano il primo giorno vicino a quello che poi diverrà il bivacco fisso della Brenva a circa 3060m. Il seguente ridiscesero sul ghiacciaio e risalirono tra crepacci fino ad individuare un canale di fuga per sbucare quasi sullo spartiacque, vicino alla Calotte de la Brenva. Lì aggirarono “una alta torre di roccia” (probabilmente il Dente sud-est della Fourche) e bivaccarono in piena cresta nei pressi di quello che ora è l’Alberico e Borgna, lasciando con lungimiranza ai posteri in eredità due tra i più iconici bivacchi del gruppo.

Ma fu il giorno seguente che il gruppo disegnò quello che a tutti gli effetti può essere ricordato ed annoverato come un capolavoro di eleganza, intuito e determinazione.

Salirono completamente la cresta a precipizio che dopo ottocento metri di caduta collega il dente in alto: il mont Maudit, con la piramide in basso: la tour Ronde.

Non paghi di ciò in cima al Maudit alle tre e mezza del pomeriggio, ridiscesero al col della Brenva e risalirono fino a quel puntino che si erano dati come meta finale: il monte Bianco che, da dove lo vedevano loro a Courmayeur, distava solo: tremilacinquecento metri di dislivello, un secolo di esplorazione e la riscrittura dei paradigmi dell’Alpinismo vivi fino ad allora.

Non sono forse questi quei “piccoli passi per un uomo, ma un grande passo per l’umanità” che rendono l’esplorazione ai limiti dello scibile umano una delle più meritevoli e palpitanti ragioni d’essere della civiltà umana?

Io penso di sì.


Descrizione sintetica:

Si sviluppa lungo la cresta di frontiera lunga 1800 metri ed ancora oggi costituisce l’itinerario logico e naturale che collega la tour Ronde con il Maudit e Tacul.
La cordata dei primi salitori, condotta da Alexander Burgener, partì da Courmayeur e risalì il fianco orientale del Ghiacciaio della Brenva, toccò l’isolotto dove si trova attualmente il Bivacco della Fourche e seguì la cresta dalla Calotte de la Brenva al Col de la Fourche.
Dopo il Mont Maudit raggiunsero la vetta del Monte Bianco con una salita quindi di almeno 3700m di dislivello.
Oggi grazie agli impianti ed al rifugio Torino è richiesto molto meno sforzo ed abilità agli alpinisti.

Apritori:

Prima salita del 2-3-4 luglio 1887 – Moritz von Kuffner, Alexander Burgener (guida), Josef Furrer e un portatore che arrivarono fino in cima al Bianco.

Alexander Burgener (clicca sulla foto per approfondire)
Moriz von Kuffner

Scheda sintetica salita:

Zona MontuosaMonte Bianco
SottogruppoMonte Bianco
SettoreAlpi Graie
StatoITALIA-Francia
Località di PartenzaLa Palud (AO)
Parcheggiofunivie Sky Way monte Bianco – La Palud (AO)
Sentierisolitamente traccia dal rif. Torino al Cosmique ma in caso di meteo avverso o recenti nevicate difficoltà di orientamento e crepi sia sul ghiacciaio del Gigante che sul cirque Maudit
Punti d’appoggiorif. Torino 3375 m – biv. La Fourche 3675m
Dislivello avvicinamento [m]600 m circa
Dislivello itinerario [m]800 m circa
Sviluppo itinerario [m]4km x attacco + 1500 m cresta + 5km Cosmique.
Tot 17km (andata e ritorno dal rif.Torino)
Quota attacco [m]3700 m circa
Quota arrivo [m]4465 m
Cartografia utilizzataMonte Bianco IGN 1 : 25000
Tipologia itinerarioCresta alpina di neve e misto in alta quota
Difficoltà su rocciaM3, breve passaggio di “IV classico del Bianco”
Grado su ghiaccio55°/60°
ProteggibilitàR3
ImpegnoIV
Difficoltà globaleD
Pericolo slavineMarcato in caso di neve recente.
MaterialeNDA, 1 piccozza classica, 2 viti ghiaccio corte, qualche nuts, friends #0.5-1-2, cordini
Esposizione prevalenteE, SE, N
Discesaper la normale al m.Maudit e m.Blanc du Tacul
Data gita10, 11, 12 agosto 2011
Tempo impiegato avvicinamento4.5 h (2.5h per l’accesso al canale + 2 h di canale e ricerca del posto da bivacco di fortuna)
Tempo impiegato salita9.5 h (cordata da tre)
Tempo impiegato discesa3h al ref. Cosmique + 3h dal Cosmique al rif.Torino
CompagniChristian Farioli – Paolo Dante Gatti
Giudizio9,5
ConsigliataSi. Una delle più belle e classiche creste sul Bianco e di tutte le Alpi.

Accesso:

Pervenire a Courmayeur e poi direzione Monte Bianco Skyway. Parcheggiare e prendere la funivia per Punta Helbronner/rifugio Torino.
Giunti a punta Helbronner scendere con ascensore e percorre la comoda galleria che deposita comodamente (rispetto le vecchie scalinate) alle porte del rifugio Torino 3338m.


Avvicinamento:

Dal rifugio si accede in direzione N per il ghiacciaio del Gigante sulla traccia che conduce al rif. Cosmique (usuale ritorno). Si passa il Col des Flambeaux 3407 m e da qui su percorso crepacciato si scende piegando a SX e passando sotto la parete Nord della Tour Ronde.
Si prosegue praticamente in falsopiano puntando in direzione del Grand Capucin e della ormai evidente cresta che collega la Tour Ronde al caratteristico dente della vetta del m.Maudit: la cresta Kuffner per l’appunto.
Si aprono due possibilità:


1) Se si vuole bivaccare all’Alberigo e Borgna 3675m (col de la Fourche)


Puntare alla cresta dove si individua il secondo evidente canale dei tre visibili che porta su pendenze costanti tra i 50-55° al Colle de la Fourche (m.3684) ove poco oltre è situato il bivacco Alberigo e Borgna nel versante italiano, sul ghiacciaio della Brenva.
In tarda stagione questo canale risulta spesso in delicate condizioni di ghiaccio, sfasciumi e con terminale aperta.
Attenzione ad essere mattinieri siccome il bivacco ospita 15 persone e spesso risulta sovraffollato siccome serve anche molti itinerari sulla Brenva.
Tempo: 2h30/3h00 dal rifugio Torino

2) Se si vuole accedere direttamente alla cresta Kuffner (soluzione da noi preferita, con un bivacco in parete però)


Puntare alla cresta in direzione NW risalendo verso gli impressionanti seracchi del col.Maudit.
Si individua il più ampio dei canali e l’ultimo che collega, prima dei pilastri rocciosi, il sovrastante crinale orizzontale al plateau sottostante, con una ininterrotta lingua di neve. Attenzione all’accesso: anche se pianeggiante è cosparso di importanti crepacci.
Passata la terminale risalire il couloir su pendenze costanti sui 50° proteggendosi a volte sulle rocce di DX o mediante viti

Dentro al canale con pendenze costanti sui 50°

fino a sbucare sulla orizzontale cresta a 3740 m.
Questo canale di 180 m a 50°, rappresenta la variante d’attacco diretta dal rif.Torino ed è utile e vantaggiosa in caso di stagione avanzata o bivacco sovraffollato.
Prima salita da R.L.G. Irving, G.L. Mallory, H.E.G. Tyndale il 18 agosto 1911
Tempo: 3h/4h dal rifugio Torino

Relazione salita:

Dal biv. della Fourche (Alberico e Borgna, 3675 m) si segue la affilata cresta orizzontale su terreno misto ed esposto, aggirando a destra un gendarme fino a trovarsi sopra un pendio nevoso che scivolando a destra termina al cirque Maudit.
Questo è il

fine del canale di accesso diretto dal rif.Torino in prossimità della congiunzione con la cresta che porta al bivacco della Fourche

canale di accesso diretto dal rif.Torino (avvicinamento 2)
Poco dopo la cresta inizia a salire.
Tempo: 30-40 minuti saremo sui 3740 m

Prima parte della cresta (dall’accesso diretto alla punta dell’Androsace)

Giunti a 3740m circa, dove il canalone di accesso diretto si congiunge con la cresta che parte dal col de la Fourche la cresta inizia a prendere quota per terreno misto

I primi tratti di misto sulla Kuffner

fin contro un primo grande risalto che si supera sul versante est (Francia).
Si prosegue in parete, salendo verso sinistra sul fondo innevato di un largo canale roccioso.
Si riprende la cresta dove ridiventa nevosa portandosi sull’altro versante W (Brenva) fin sopra il primo risalto.
Presto la cresta diviene ancora più sottile e aerea fino ad una spalla nevosa, simile ad una onda ghiacciata (orlate cornici sul lato E) che è un simbolo iconografico e fotogenico della Kuffner

Sull’onda ghiacciata prima dell’Androsace, il versante Brenva toglie il fiato.

Percorrendola si giunge ai piedi della rocciosa Pointe de l’Androsace a 4107 m.

sulla gengiva dell’Androsace


Questa aguzza punta strapiombante di solito si aggira per la gengiva, scendendo qualche metro a sinistra (vers. Brenva) con un traverso di misto su lastre sfaldate esposto ma proteggibile su spuntoni.
Risalire poi con andamento diagonale da destra a sinistra (faccia monte) un canalino di misto ( terreno instabile con poca neve ).

Aggirando in basso l’Androsace

Dopo 15-20m ed un tecnico passo in fessura (pass. IV, 1 ch) si giunge sulla crestina nevosa oltre la punta a N, ma ancora alti.
Qui su un blocco si trovano cordini per una breve doppia di 5m o per assicurarsi disarrampicando (II esposto).

Sui blocchi della breve doppia dopo la gengiva.


Si approda così ad una piccola sella, preludio della

Seconda parte della cresta che ci porterà fin sulla spalla del Maudit


Ripresa la cresta si raggiunge per terreno misto la spalletta nevosa a 4240 m dove si unisce con la cresta che sale dal Col Maudit 4030 m (possibile primo punto di discesa).
Si prosegue verso W sempre su misto esposto (passi di II, III) e tramite un sistema di diedri paralleli ed una affilata crestina finale fino alla

misto esposto

aerea spalla del Maudit a NE 4345 m.


Qui inizia la terza parte (dalla spalla alla cima DEL MAUDIT)


Alcune cordate preferiscono da qui scendere ma se non avete buoni motivi il consiglio è proseguire fino in cima al Maudit.
L’itinerario qui cambia versante approdando a quello N e ridiviene completamente nevosa

cresta sommitale dalla spalla a 4345m in vista della cima e del Col du mont Maudit dove passa la normale.

Stare bassi sulle estetiche ma prominenti cornici e salire il pendio N che porta proprio sotto la rocciosa ed aguzza torre sommitale.
Questa si aggira a destra (W) stando in piena parete N e salendo appena possibile alla gengiva nevosa nel tratto più alto e proficuo.
Ora solo la breve cresta W di pochi metri vi separa dalla vetta.

Mont Maudit

Tempi:

ore 6-8 dal bivacco della Fourche
ore 8.30-11 dal rif. Torino


Foto tracciato:

foto presa dalla Arête du Diable

Schizzo via:

Relazione completa:

Loader Loading…
EAD Logo Taking too long?

Reload Reload document
| Open Open in new tab

Download [5.29 MB]


Discesa:

1) Dalla spalla del Maudit 4345 m


Dalla spalla del Maudit, alla fine delle difficoltà, si esce sulla cresta nevosa che porta ad W verso la cima del m.Maudit.
Questo è un buon punto in caso di ritirata siccome è possibile scendere percorrendo la cresta che collega al col Maudit (45°, tratti di misto) e da lì facilmente ricongiungersi alla traccia per il m. Blanc du Tacul e quindi intercettare la normale che scende al ref. Cosmique. Tot 2-2.5h
Oppure se si conosce l’ubicazione usare le doppie attrezzate (informarsi sullo stato) della goulotte Filo d’Arianna per approdare direttamente alla combe Maudit e quindi velocemente al ghiacciaio del Gigante.

2) Dalla cima del Maudit è possibile:
A) Scendere per la “normale dei 3 monti” al monte Bianco

Le cordate solitamente utilizzano questa “normale” dapprima scendendo verso Ovest direzione col de la Brenva e poi deviando appena possibile a N, N-E ad intercettare la buona traccia.

nei pressi del Col de La Brenva intercettando la traccia che sale al monte Bianco


Da qui si perviene al col du mont Maudit (4365 m) e si discende il ripido canale con crepaccia terminale, che porta sotto alla spalla NE del Maudit (in stagione possibili doppie attrezzate dalle rocce e/o su fittoni).

nei pressi del col Maudit 4029 m, la parete N del Maudit e la traccia della “normale ai 3 Monti” è evidente


Da qui in falsopiano fin al col Maudit (4035 m) e poi breve risalita per scavallare il crinale che spalanca la vista al versante Nord del mont blanc du Tacul ed alla sottostante

Aiguille du Midi, sotto il ref. Cosmique e aiguille Verte sulla destra.

Aiguille du Midi (3842 m) e ref. Cosmique (3613 m).
Tra un dedalo di crepacci e seracchi si perviene alla base del Triangle du Tacul nei pressi del col du Midi (3532 m).

Qui si aprono altre due possibilità:

  • Si pernotta al ref. Cosmique (prenotare).
    Con lungo movimento antiorario si risale al ref. du Cosmique (3613 m) si pernotta ed il giorno seguente si ritorna al rif. Torino (vedi sotto), alla luce del sole sul magnifico ghiacciaio del Gigante con panorami mozzafiato e senza l’assillo di perdere la funivia. (consigliato e soluzione da noi adottata).
    Tempi: Dal m.Maudit al ref.Cosmique in circa 2-3h (variabili da affollamento, doppie e stanchezza)
  • Si scende al rif. Torino (prenotare l’eventuale pernotto ed avvisare se si fa tardi)
    Si intercetta la traccia che in stagione è presente dal Cosmique al Torino e che passa più o meno vicino al col du Gros Rognon (3415 m pilone dell’ovovia). Attenzione a non aver fretta e tagliare siccome il pianoro è altamente crepacciato.
    Da lì scendere dolcemente e passare in rassegna il Pillier Cecchinel, la Modica-Noury, couloir Gervasutti, il pillier Boccalatte, il Supercouloir, la Pyramide tu Tacul, la Pointe Adolphe Rey e dall’altro versante Aiguille Verte, Grand Jorasses e Dente del Gigante chiudono la quinta scenica.
    Per quante montagne abbiate visto, questo colpo d’occhio è unico al mondo e merita già da solo il viaggio!
    Appena lasciati dietro i satelliti del Tacul (seracchi) si perviene al punto più basso a circa 3150 m e quindi saranno da risalire gli ultimi infiniti 260 m puntando subito al col de Flambeaux 3407 m e poi in falsopiano fino al rif. Torino.
    Tempi: 3h dal ref. Cosmique. 5-6h dalla cima del m.Maudit. 13-17h anello completo rif.Torino – Maudit – rif.Torino
B) Salire per la “normale dei 3 monti” al monte Bianco

Soluzione molto estetica ed appagante che prevede la discesa al col de la Brenva 4303 m e risalita per il Mur de la Cote ed i Petits Mulets fino in cima al monte BIANCO 4810 m.
Da li poi diviene logico scendere e pernottare al ref. GOÛTER 3865m od in caso di meteo avverso un bivacco alla capanna Vallot 4362 m.
Il giorno seguente:

  • scendere al ref. Tete Rousse 3165 m e poi ritorno con mezzi pubblici in Italia oppure
  • risalire al Dome de Gouter 4306m e poi scendere per la normale Italiana al rif. Gonella 3071 m, compiendo una traversata tra le più belle, intense e complete delle Alpi e non solo!

Punti appoggio:

Rifugio Torino 3375m
http://www.rifugiotorino.com
biv. Fourche – Alberico Borgna 3675m
Bivacco Alberico -Borgna

Compagni:

Christian Farioli e Paolo Dante Gatti


Cartina

In rosso la salita, in viola la discesa al Cosmique ed in blu il ritorno al rif.Torino.
fonte http://www.ign.fr/

GPS


Note:

  • la cresta non oppone mai passaggi tecnicamente molto difficili però è decisamente continua sul profilo dell’esposizione e concentrazione richiesta. Occorre essere a proprio agio sui ramponi in ogni situazione e per parecchie ore, una scivolata viene pagata il più delle volte con la caduta della cordata intera siccome si è sempre su un solo ripido versante e con protezioni aleatorie.
  • valutare attentamente la meteo, soprattutto lato francese. Una volta passata l’Androsace è più veloce e sicuro uscire sulla spalla ed appena possibile scendere al col Maudit, piuttosto che ripercorrere la cresta a ritroso. Non ci sono vie di fuga intermedie.
  • salire solo in cordate affiatate e non troppo eterogenee sotto il profilo dell’esperienza, resistenza fisica e livello tecnico.
  • a stagione inoltrata i canali di accesso o qualche diedro a sud sotto la spalla del Maudit potrebbero essere secchi ed andare in verglas. Ciò potrebbe rendere utile una seconda piccozza.
  • Noi partendo tardi e trovandoci al rif. Torino nel pomeriggio abbiamo trovato il bivacco della Fourche pieno e di conseguenza abbiamo deciso per un bivacco di fortuna in cresta, sotto un sasso. La posizione l’ho segnalata nella relazione ma tenetela come ultima chance, molto più agevole partire dal rif. Torino 3h prima.

Bibliografia utilizzata:

Meteo:


Meteo Courmayeur

Ti potrebbero anche interessare:

Alta Quota 25 25
Ritieni utile la relazione?

Dona per lo sviluppo del sito e permettermi di togliere la pubblicità.
Grazie.

1€5€10€


Video:


Gallery

Day 1, dal rifugio Torino al bivacco di fortuna in cresta:
Day 2, sulla cresta Kuffner fino al Maudit e poi al rifugio Cosmique:
Day 3, traversata rif.Cosmique-rif.Torino sul ghiacciaio del Gigante :
Categorie
Racconti di Montagna

Racconto cresta Signal al monte Rosa

Punta Gnifetti 4554m

Una cresta dal sapore himalayano nelle Alpi.

Andar per creste di alta quota svelate dai nostri impareggiabili bisnonni, verso la fine del diciannovesimo secolo, penso sia una attività sublime. Sicuramente è l’Alpinismo che più amo, che più sento vicino al mio canone estetico di andare per montagne. Certe salite vanno gustate e pregustate con i tuoi compagni di scalata, con mesi di anticipo e questa è stata una di quelle. Dopo l’ebbrezza della Biancograt, già dopo pochi giorni, la mente era alla ricerca di un’altra salita di ampio respiro, a cavallo del vuoto ed immersi nel cielo.

Forti e rassicurati dalla esperienza formativa che è stata quella magnifica cresta sul Bernina, spingiamo l’asticella ancora un po’ più su. Marco si lascia convincere senza difficoltà, troviamo piena comunione di intenti e so che la diatriba sarà solo eventualmente nell’approccio e logistica, ma anche in quello ci troviamo subito d’accordo.

Quattro giorni sembrano il periodo minimo per affrontare la salita con acclimatamento e senza “strappi al motore”, l’appetito vien mangiando e dopo la cresta Signal stiamo sognando di dormire al rifugio Margherita ed il giorno seguente affrontare pure la salita della Dufour per la normale. I dislivelli paiono già sulla carta importanti ma la bonarietà del versante occidentale e una sovrastima delle nostre capacità, ci portano a pensare come un obbiettivo alla portata di mano, anzi un peccato non realizzare l’en plein di 3 quattromila di cui due nuovi per noi.

In un caldo pomeriggio di luglio l’auto è stivata, i nostri zaini abbassano le sospensioni ed immaginarli sulle spalle per tutte quelle ore, dimezza già il fiato. Il primo giorno pernotteremo al B&B 10 e lode che per 30€ a testa ci permetterà un certo lusso prima dei bivacchi previsti. La struttura è ricavata in una ex scuola elementare, qua e là qualche tavolo, lavagna e libro. Marco si sente a suo agio, quasi al lavoro direi, come un insegnate senza allievi che frequenta la scuola in periodo estivo.  Anche io ne conservo un ottimo ricordo e non possiamo che consigliarlo.

L’indomani si parcheggia ad Alagna Valsesia e qui lo spettacolo si apre in tutta la sua potenza. Le tipiche costruzioni Walser e la serenità della cittadina poco hanno da spartire con la visione del versante E del Monte Rosa, che è qualcosa di impressionante. Vera cattedrale di ghiaccio oppone allo sguardo una barriera che nelle dimensioni ricorda più un Himalaya che non le Alpi. Le pendenze non sono quelle del Bianco, mancano le guglie ed i pinnacoli granitici appuntiti e la struggente complessità del gigante ma qui siamo di fronte a quasi 3000m di parete che dai verdi prati erodono a rosso gneiss fino a lucente ghiaccio che buca le nubi.

La parete è immensa, le distanze pure, ma le pendenze non sembrano schiacciare chi vi si avventura. Iniziamo a camminare. Subito le cascate dell’Acqua Bianca rinfrescano la calda giornata, decidiamo di darci un limite massimo di ascesa: mai più di 300m/h pena esaurire le energie su quei 2200m che ci aspettano fino alla capanna Resegotti. Malgrado lo zaino prossimo ai venti chili e le imposizioni mentali sarà difficile mantenere quel lento passo, 7 ore di avvicinamento sembrano troppe ma non appena superiamo il rifugio Barba Ferriero capiamo siamo stati lungimiranti. Le tracce spariscono, il sentiero accennato perde visibilità, alcune nubi basse ci fanno abbandonare più volte la retta via. Leggiamo la cartina ripetutamente e cerchiamo di emulare ora, su questi pianori rocciosi, la traccia studiata meticolosamente a casa ormai da settimane. Intravediamo la cresta e le propaggini seraccate del ghiacciaio che scende dalla punta Gnifetti, ma di bivacco Resegotti neanche l’ombra. Prendiamo quota lentamente e confideremo che quando l’altimetro segnerà solo un centinaia di metri alla capanna, questa ci apparirà in tutta la sua accoglienza. Ormai sul ghiacciaio delle Locce la neve bagnata e pesante di un caldo luglio lambisce i nostri scarponi. Decidiamo di non indossare i ramponi solo perché sappiamo che le ultime difficoltà saranno un breve tratto ferrato su roccette.  Eccolo, come miraggio nel deserto appare una costruzione nera, simile ad un nido d’aquila si staglia nel cielo, appoggiato sulla cresta, magnifico ma improbabile nella sua statica posizione.

Intravediamo anche il luccichio delle maglie metalliche e degli spit che con movimento ascendente verso destra segnano la direzione di salita fino al nostro ricovero notturno. Sono passate 7 ore da quando abbiamo indossato gli zaini ed ora il loro peso pare moltiplicato sulle nostre spalle.  L’ultimo tratto ripido è la cosiddetta prova di forza, siamo già esausti ma intuiamo che quello sarà il punto di non ritorno. Se arriviamo al bivacco il ricordo vivo dello sforzo necessario per raggiungerlo ci motiverà per la salita dell’indomani.

Tiriamo fuori la corda, una piccola crepaccia terminale si oppone tra noi e l’inizio del tratto metallico. Gli imbraghi sono sul fondo dello zaino, o forse sono sopra, ma nessuno dei due ha la forza e coraggio per toglierselo. Decidiamo in una sicura a spalla e ci assicuriamo alla corda con un improvvisato imbrago di corda, quanto fosse corretto per fortuna non l’abbiamo mai testato. Con un po’ di peripezie, date più dallo zaino che pareva attirato magneticamente dalla voragine, che altro, afferro la catena e mi tiro di forza ormai privo di ogni stile. Recuperato Marco mi lascio superare sulle roccette, ho decisamente esaurito ogni energia ed anche i pochi metri che ci separano dal riparo paiono non finire mai, Marco mi incoraggia e proseguo. Entrati nella capanna ci accorgiamo non siamo i soli, una guida con cliente siedono e dividono il tavolo con due giovani ragazzi marchigiani. Poco dietro di noi salivano altri due alpinisti e così pochi minuti dopo si riapre la porta ed in men che non si dica, siamo già in otto a sciogliere neve, tagliare pane, formaggio e scambiarci the caldo e racconti.

L’atmosfera è calda e rilassata, le parole girano insieme alle frugali vivande che vengono subito condivise e presto le energie sembrano rimpadronirsi dei nostri corpi.  Si fa acqua velocemente con legna sotto la capiente pentola in dotazione alla capanna che, ora, ci appare come il miglior posto in cui potevamo approdare.  Tra malati della stessa passione occorre poco per far combutta e prima che volga il tramonto siamo tutti affiatati come amici di vecchia conoscenza, strano come i luoghi stretti e l’isolamento possano catalizzare le persone e farle sentire simili anche se così diverse.

Nell’attesa del risotto leggiamo il libro delle ascensioni al bivacco, pochi giorni prima Christophe Profit era salito con cliente e la sua firma stacca in me un senso di orgoglio ma anche di timore, per quello che il giorno dopo ci riserberà.

L’indomani la sveglia suona troppo presto, alle 3.00 la spegniamo svogliatamente e ci scambiamo le impressioni della notte. Io ho dormito poco ma ancora meno Marco che pare anche accusare un senso di nausea. Il morale è basso. Lasciamo andare avanti le altre cordate, sicuramente più veloci, per non avere dietro le spalle il respiro e l’assillo di decisioni e passi non nostri. Ci consultiamo ancora, gli sguardi di una cordata affiatata in certe occasioni, parlano più di cento parole ed in quella era chiaro che non siamo scesi solo perché tutti e due sapevamo che l’occasione era unica, che nessuno dei due era disposto a ripetere quei 2200 infiniti metri di salita.

La luce della frontale illumina le moffole fuori dalla porta del bivacco. Siamo usciti ed il primo, duro passo è stato fatto. Sentiamo il sibilo dell’ora più fredda della giornata che scende dalla grossa spalla nevosa che ripara l’esile costruzione. Subito di leghiamo in cordata, stiamo in conserva corta a non più di dieci metri ma non appena i ramponi mordono la ghiacciata cresta orizzontale, veniamo investiti da raffiche che destabilizzano la postura, quindi dimezziamo i metri che ci separano. Il terreno pare perfetto, le punte mordono e scommetto emettevano quel classico e rassicurante suono tipico della neve ghiacciata trasformata, suono che nessuno di noi udì perché sormontato dal sibilo del vento che non ci abbandonerà più per tutta la salita. Vere e proprie mitragliate d’aria che ci obbligano più di una volta a metterci carponi nell’intento di caricare gli attrezzi con tutto il nostro peso, per non farci prendere il volo. Giunti al colle Signal capiamo che la salita già impegnativa di suo, sarà resa ancora più ingaggiosa dalla precarietà del nostro equilibrio, messo a dura prova dal vuoto della cresta e contemporaneamente dalla pienezza di colonne d’aria che ci investono senza preavviso. Cerchiamo di salire, consci che non appena la pendenza aumenterà dovremo abbracciare il versante sud-est e quindi saremo più riparati da questa gelida Tramontana.

Mi metto in testa nella speranza che tutti quei mesi di studio dell’itinerario ci aiutino nel districarsi da questa immensa e complessa muraglia, che ora appare in tutta la sua potenza.  Affiora dalla neve una costola rocciosa di rosso gneiss, tirandola mi accorgo che segue la mia mano. D’istinto la afferro ed anziché arrestare il suo moto cerco un improbabile disgaggio nei pochi metri che ci separano. L’errore fu fatale per la nostra corda, la caduta di taglio anche se sulla neve ne causa il tranciamento netto di tutti i trefoli tranne uno, che rimane bianco e solitario nel collegare me e Marco.

Lo sconforto è grande ed il troppo freddo ci obbliga a rapide decisioni. Allora non avevo il coltello a portata di imbrago e penso una roccia sia stata usata come accetta per completare il lavoro. Lo spezzone se lo carica Marco nel già pesante zaino, con l’altro decidiamo di proseguire, non ne misuriamo la lunghezza ma a sensazione dovrebbe essere circa la metà, in caso di doppie non dovremmo avere problemi per la progressione … speriamo. Queste rapide decisioni prese senza dibattiti ci fanno intuire che tutti e due sappiamo di aver passato il nostro nuovo “punto di non ritorno”, ora appare più semplice salire che scendere o perlomeno più rapido. La sintonia di intenti ormai raggiunta porta la cordata a scelte rapide ed istintive e soprattutto condivise. Mentre ascendiamo mi rendo sempre più conto di quanto sia importante questo fattore e di quanto la nostra cordata sia cresciuta da quando ci eravamo trovati legati insieme, senza programmarlo, sulla cresta del Cervino.

Qui le difficoltà sono nettamente superiori, il senso di isolamento è interrotto solo a sprazzi dalla visione della capanna Margherita e dei nostri compagni di bivacco, ormai alti e veloci con un passo che non è decisamente il nostro.

Su questa cresta nulla è scontato, neppure seguire la cresta, anzi l’impegno principale diviene proprio l’intuito alpinistico da affinare ad ogni passo: alla ricerca del passaggio migliore, della minore difficoltà o della roccia più sana.  Spesse volte si deve abbandonare il filo preferendo il versante SE e subito dopo il NE, alla spasmodica ricerca di orientarsi tra i due “grandi risalti” come li ha battezzati il Buscaini.

L’assicurazione è quasi sempre aleatoria ma psicologicamente importante. Le difficoltà sono sempre controllabili e non portano mai al limite, ma è chiaro che la scivolata di un componente sarebbe difficilmente arrestabile siccome, più che di cresta, spesso si è in piena parete sovente impiastrata di neve. Dove la roccia verticalizza proviamo anche ad assicurarci a tiri ma il metodo funziona per poco. Siamo consci degli errori commessi nelle nostre precedenti traversate, e qui allentiamo la corda e velocizziamo la progressione a conserva lunga e protetta pure male. A casa, col manuale in mano, sarei il primo a condannarla, ma qui, quando sei annegato in un versante di 3000m di roccia e neve, prevale l’istinto di sopravvivenza sul dottorato di tecnica alpinistica. Capisci e percepisci chiaramente che la sicurezza tua e del tuo compagno, è legata al tempo di esposizione in questi ambienti, procedere in modo lezioso e didattico spezzando il giusto ritmo è un elemento di insicurezza.

Come spieghiamo spesso agli allievi occorre fare proprie le tecniche e creare quegli automatismi per cui non occorre più fermarsi e pensare perché lo si faccia, ma farlo: subito, bene e basta. Malgrado spesso mi metto in cattedra, ora sono io l’alunno. Questa cattedrale di ghiaccio esige il rispetto, l’attenzione e le risposte che un professore si merita. Sai che hai studiato per l’interrogazione, ed anche le domande sono tutte alla tua portata ma, il suo svolgimento è snervante. Il tempo pare dilatato e non ne vedi la fine.

Giunti sotto al grande risalto sommitale ne intuiamo la salita, ma con difficoltà superiori a quanto aspettato e con energie ormai al contagocce. Decidiamo quindi di glissarlo sulla sinistra, in piena parete SE.  In uno scivolo nevoso dalla pendenza costante sui 50°, ne intravediamo una scappatoia. Qua e là affiorano diverse roccette ormai rese roventi dal sole alto e sembrano ottimi punti di assicurazione intermedia per vincere quel traverso infido, su neve resa marcia dall’energico sole di luglio. Peccato che ogni spuntone si paleserà o inaffidabile o completamente spiovente. I friends e nuts escono senza trovare ostacolo alcuno, i cordini finiscono sulla neve e di batter chiodi per ritrovarsi in mano delle briciole di montagna non pare igienico, in quel punto, a quella quota ed a quell’ora.

C’è da fare una cosa sola, anzi due: salire e non cadere.

Svolgiamo le anse e ci allunghiamo ai capi della corda mozza, qualche decina di metri permette di essere in modo alternato sulle difficoltà.

Quando io tiro il fiato, Marco lo trattiene e viceversa.

Questo pendio si rivelerà la parte più snervante della salita. Ogni passo lo scarpone prima affonda fino al ginocchio, ma quando caricato, pare non trovare appoggio sicuro.  Il peso del corpo con lo zaino stivato delle vettovaglie, pentole e gas da bivacco, ora è evidente. La progressione si fa lenta, delicata e poco proficua.

Più che avanzare si annaspa come cani. La piccozza non è di conforto, sprofonda pure lei e non pare a volte tornare alla luce. La necessità aguzza l’ingegno e su due piedi mi invento una “nuova progressione” che consiste nell’affrontare con un pugno sinistro la neve. Le dita distese ed aperte nella moffola ne aumentano la superficie ed usando ora i quattro arti motori riesco ad issarmi su di loro e progredire con una certa continuità, maledettamente lenta ma almeno costante.

Marco fedelmente mi segue, è importante saperlo lì, perché a quel tempo con nessun altro mi sarei sentito altrettanto sicuro. Io dovevo solo procedere, dietro Marco avrebbe fatto tutto nel migliore dei modi e cercato di arrestare una mia caduta, in tutti i modi possibili.

Poter affidare la propria vita ad un compagno di cordata ed a lui giurare lo stesso trattamento, è una delle alchimie magiche dell’Alpinismo, una delle tante per cui vale la pena cimentarsi in questa passione.

Dopo un’ora abbondante su questo terreno vien una gran voglia di ritoccare roccia, per marcia che sia.

E così è quasi un sollievo quando arriviamo al cospetto di una fascia rocciosa rossastra e verticale, la cui salita contraddistingue il meritarsi di nuovo la cresta. Sarà un quarto grado, forse anche meno, ma che fatica ed impegno quei pochi metri con le punte dei ramponi che gracchiano e stridono sul rosso gneiss. In qualche modo, penso molto poco elegante, sono sopra e da qui girandomi per assicurare a spalla Marco mi si apre in tutta la sua bellezza la cresta appena salita ed una goulotte, che a saperlo prima, era forse da preferire.

Non c’è tempo e con corda corta e tirata incito il mio compagno a salire, Marco non si fa pregare.

Ancora pochi metri esposti sul filo ed alle raffiche e si apre la vista del torrione Signalkuppe e dietro si intravede la sagoma della Capanna Margherita, siamo oltre i 4500m e la tensione cala d’un botto e così la fatica esce in modo prepotente, senza preavviso ci sega il fiato.

Sono molte ore che non mangiamo e ci idratiamo, concentrati nello uscire dalle difficoltà, abbiamo ingenuamente pensato di poter salirla tutta senza pause.

Grosso errore.

Gli ultimi metri saranno un calvario, non appena si accelera il passo per giungere alla meta ormai imminente, il respiro viene bloccato da una secca tosse che non lascia scampo. Occorre fermarsi e ripartire, in un continuo intervallarsi che ci fa intuire essere ormai prossimi al fondo del barile.

Prime delle scale della Capanna, abbandoniamo a terra piccozze e corda, osserviamo il vento che ha dilaniato quasi tutto il rosso di una risicata bandiera italiana e sotto quella europea non è messa meglio, avendo perso ben quattro stelle. Riprendiamo su tutto ed entriamo in quello che ora appare come un hotel, ecco dove son finite le quattro stelle!

Ritroviamo gli amici di merenda del bivacco, le facce stanche, cotte dal vento e sole ma soddisfatte. Se loro appaiono così, chissà i nostri volti come saranno, meglio non aver specchi nelle vicinanze.

Al tavolo ci ricompattiamo, Marco si accascia sul piano ed io non lo seguo solo perché è finito lo spazio. I due ragazzi marchigiani parlano già di N dei Lyskamm il giorno seguente, a me arrivare alle funivie pare già un miraggio.

Il pomeriggio scorre tranquillo, ogni piano di scale interne è una piccola cima da raggiungere o discendere e quindi si ottimizzano i giri, saltandone anche alcuno senza patemi di sorta o rimpianti. E’ così che non mi ricordo neppure se prima della cena siamo andati in camerata od ai servizi. Poco importa.

Siamo qui, il tramonto sta esplodendo e la visione del Cervino e Lyskamm dai piccoli vetri che vibrano al vento, è una immagine che mi porterò dentro a vita.

La notte scorre travagliata, la quota batte sulle tempie e la sensazione è quella di essere in piena influenza invernale. Le energie non vengono recuperate, le dita dei piedi rimangono fredde, pure un’unghia pare aver virato di colore. Altro che Dufour, l’indomani sarà già un successo tornare a valle sulle proprie gambe.
Di comune accordo ci dichiariamo completamente soddisfatti, con ammirazione ma senza invidia lasciamo partire i giovani ragazzi marchigiani, che in una settimana han racimolato su il bottino di tre anni di un comune alpinista come il sottoscritto: Kuffner al Bianco, Signal e N del Lyskamm. Chapeau.
Scendiamo sui pianori ghiacciati della normale alla punta Gnifetti, che ora ci appaiono come una comoda e sicura autostrada verso le funivie. In breve al perdere della quota ci sentiamo subito meglio, eravamo decisamente in pieno AMS o mal di montagna che dir si voglia, e quindi presto il passo si fa più deciso e svelto ed in breve tempo arriviamo alla capanna Gnifetti, giusto in tempo per notare le ultime cordate svogliate e ritardatarie che partono, in modo raffazzonato verso il nostro ricovero notturno, appena lasciato.
A quel tempo la funivia era solo da passo dei Salati e quindi la risalita allo Stolemberg donava agli alpinisti l’ultimo strappo finale noioso ma spossante.
Tornati ad Alagna i piedi si scaldano sull’asfalto, l’unghia scura è in buona compagnia di altre, la corda mozza ha fatto il suo dovere e le braccia mie e di Marco si cercano per scambiarsi un segno di riconoscenza della magnifica esperienza insieme.
Lo sguardo sale appena oltre il campanile cittadino, ed ora sappiamo bene perché ci dicevano che:

“La Signal inizia da Alagna !“

Categorie
4000m Alpi Centrali Alpi Occidentali Alta Quota monte Rosa relazioni

cresta Signal

Punta Gnifetti 4554m

Una cresta dal sapore himalayano nelle Alpi.

Andar per creste di alta quota svelate dai nostri impareggiabili bisnonni, verso la fine del diciannovesimo secolo, penso sia una attività sublime. Sicuramente è l’Alpinismo che più amo, che più sento vicino al mio canone estetico di andare per montagne. Certe salite vanno gustate e pregustate con i tuoi compagni di scalata, con mesi di anticipo e questa è stata una di quelle. Dopo l’ebbrezza della Biancograt, già dopo pochi giorni, la mente era alla ricerca di un’altra salita di ampio respiro, a cavallo del vuoto ed immersi nel cielo.

Forti e rassicurati dalla esperienza formativa che è stata quella magnifica cresta sul Bernina, spingiamo l’asticella ancora un po’ più su. Marco si lascia convincere senza difficoltà, troviamo piena comunione di intenti e so che la diatriba sarà solo eventualmente nell’approccio e logistica, ma anche in quello ci troviamo subito d’accordo.

Quattro giorni sembrano il periodo minimo per affrontare la salita con acclimatamento e senza “strappi al motore”, l’appetito vien mangiando e dopo la cresta Signal stiamo sognando di dormire al rifugio Margherita ed il giorno seguente affrontare pure la salita della Dufour per la normale. I dislivelli paiono già sulla carta importanti ma la bonarietà del versante occidentale e una sovrastima delle nostre capacità, ci portano a pensare come un obbiettivo alla portata di mano, anzi un peccato non realizzare l’en plein di 3 quattromila di cui due nuovi per noi.

In un caldo pomeriggio di luglio l’auto è stivata, i nostri zaini abbassano le sospensioni ed immaginarli sulle spalle per tutte quelle ore, dimezza già il fiato. Il primo giorno pernotteremo al B&B 10 e lode che per 30€ a testa ci permetterà un certo lusso prima dei bivacchi previsti. La struttura è ricavata in una ex scuola elementare, qua e là qualche tavolo, lavagna e libro. Marco si sente a suo agio, quasi al lavoro direi, come un insegnate senza allievi che frequenta la scuola in periodo estivo.  Anche io ne conservo un ottimo ricordo e non possiamo che consigliarlo.

L’indomani si parcheggia ad Alagna Valsesia e qui lo spettacolo si apre in tutta la sua potenza. Le tipiche costruzioni Walser e la serenità della cittadina poco hanno da spartire con la visione del versante E del Monte Rosa, che è qualcosa di impressionante. Vera cattedrale di ghiaccio oppone allo sguardo una barriera che nelle dimensioni ricorda più un Himalaya che non le Alpi. Le pendenze non sono quelle del Bianco, mancano le guglie ed i pinnacoli granitici appuntiti e la struggente complessità del gigante ma qui siamo di fronte a quasi 3000m di parete che dai verdi prati erodono a rosso gneiss fino a lucente ghiaccio che buca le nubi.

La parete è immensa, le distanze pure, ma le pendenze non sembrano schiacciare chi vi si avventura. Iniziamo a camminare. Subito le cascate dell’Acqua Bianca rinfrescano la calda giornata, decidiamo di darci un limite massimo di ascesa: mai più di 300m/h pena esaurire le energie su quei 2200m che ci aspettano fino alla capanna Resegotti. Malgrado lo zaino prossimo ai venti chili e le imposizioni mentali sarà difficile mantenere quel lento passo, 7 ore di avvicinamento sembrano troppe ma non appena superiamo il rifugio Barba Ferriero capiamo siamo stati lungimiranti. Le tracce spariscono, il sentiero accennato perde visibilità, alcune nubi basse ci fanno abbandonare più volte la retta via. Leggiamo la cartina ripetutamente e cerchiamo di emulare ora, su questi pianori rocciosi, la traccia studiata meticolosamente a casa ormai da settimane. Intravediamo la cresta e le propaggini seraccate del ghiacciaio che scende dalla punta Gnifetti, ma di bivacco Resegotti neanche l’ombra. Prendiamo quota lentamente e confideremo che quando l’altimetro segnerà solo un centinaia di metri alla capanna, questa ci apparirà in tutta la sua accoglienza. Ormai sul ghiacciaio delle Locce la neve bagnata e pesante di un caldo luglio lambisce i nostri scarponi. Decidiamo di non indossare i ramponi solo perché sappiamo che le ultime difficoltà saranno un breve tratto ferrato su roccette.  Eccolo, come miraggio nel deserto appare una costruzione nera, simile ad un nido d’aquila si staglia nel cielo, appoggiato sulla cresta, magnifico ma improbabile nella sua statica posizione.

Intravediamo anche il luccichio delle maglie metalliche e degli spit che con movimento ascendente verso destra segnano la direzione di salita fino al nostro ricovero notturno. Sono passate 7 ore da quando abbiamo indossato gli zaini ed ora il loro peso pare moltiplicato sulle nostre spalle.  L’ultimo tratto ripido è la cosiddetta prova di forza, siamo già esausti ma intuiamo che quello sarà il punto di non ritorno. Se arriviamo al bivacco il ricordo vivo dello sforzo necessario per raggiungerlo ci motiverà per la salita dell’indomani.

Tiriamo fuori la corda, una piccola crepaccia terminale si oppone tra noi e l’inizio del tratto metallico. Gli imbraghi sono sul fondo dello zaino, o forse sono sopra, ma nessuno dei due ha la forza e coraggio per toglierselo. Decidiamo in una sicura a spalla e ci assicuriamo alla corda con un improvvisato imbrago di corda, quanto fosse corretto per fortuna non l’abbiamo mai testato. Con un po’ di peripezie, date più dallo zaino che pareva attirato magneticamente dalla voragine, che altro, afferro la catena e mi tiro di forza ormai privo di ogni stile. Recuperato Marco mi lascio superare sulle roccette, ho decisamente esaurito ogni energia ed anche i pochi metri che ci separano dal riparo paiono non finire mai, Marco mi incoraggia e proseguo. Entrati nella capanna ci accorgiamo non siamo i soli, una guida con cliente siedono e dividono il tavolo con due giovani ragazzi marchigiani. Poco dietro di noi salivano altri due alpinisti e così pochi minuti dopo si riapre la porta ed in men che non si dica, siamo già in otto a sciogliere neve, tagliare pane, formaggio e scambiarci the caldo e racconti.

L’atmosfera è calda e rilassata, le parole girano insieme alle frugali vivande che vengono subito condivise e presto le energie sembrano rimpadronirsi dei nostri corpi.  Si fa acqua velocemente con legna sotto la capiente pentola in dotazione alla capanna che, ora, ci appare come il miglior posto in cui potevamo approdare.  Tra malati della stessa passione occorre poco per far combutta e prima che volga il tramonto siamo tutti affiatati come amici di vecchia conoscenza, strano come i luoghi stretti e l’isolamento possano catalizzare le persone e farle sentire simili anche se così diverse.

Nell’attesa del risotto leggiamo il libro delle ascensioni al bivacco, pochi giorni prima Christophe Profit era salito con cliente e la sua firma stacca in me un senso di orgoglio ma anche di timore, per quello che il giorno dopo ci riserberà.

L’indomani la sveglia suona troppo presto, alle 3.00 la spegniamo svogliatamente e ci scambiamo le impressioni della notte. Io ho dormito poco ma ancora meno Marco che pare anche accusare un senso di nausea. Il morale è basso. Lasciamo andare avanti le altre cordate, sicuramente più veloci, per non avere dietro le spalle il respiro e l’assillo di decisioni e passi non nostri. Ci consultiamo ancora, gli sguardi di una cordata affiatata in certe occasioni, parlano più di cento parole ed in quella era chiaro che non siamo scesi solo perché tutti e due sapevamo che l’occasione era unica, che nessuno dei due era disposto a ripetere quei 2200 infiniti metri di salita.

La luce della frontale illumina le moffole fuori dalla porta del bivacco. Siamo usciti ed il primo, duro passo è stato fatto. Sentiamo il sibilo dell’ora più fredda della giornata che scende dalla grossa spalla nevosa che ripara l’esile costruzione. Subito di leghiamo in cordata, stiamo in conserva corta a non più di dieci metri ma non appena i ramponi mordono la ghiacciata cresta orizzontale, veniamo investiti da raffiche che destabilizzano la postura, quindi dimezziamo i metri che ci separano. Il terreno pare perfetto, le punte mordono e scommetto emettevano quel classico e rassicurante suono tipico della neve ghiacciata trasformata, suono che nessuno di noi udì perché sormontato dal sibilo del vento che non ci abbandonerà più per tutta la salita. Vere e proprie mitragliate d’aria che ci obbligano più di una volta a metterci carponi nell’intento di caricare gli attrezzi con tutto il nostro peso, per non farci prendere il volo. Giunti al colle Signal capiamo che la salita già impegnativa di suo, sarà resa ancora più ingaggiosa dalla precarietà del nostro equilibrio, messo a dura prova dal vuoto della cresta e contemporaneamente dalla pienezza di colonne d’aria che ci investono senza preavviso. Cerchiamo di salire, consci che non appena la pendenza aumenterà dovremo abbracciare il versante sud-est e quindi saremo più riparati da questa gelida Tramontana.

Mi metto in testa nella speranza che tutti quei mesi di studio dell’itinerario ci aiutino nel districarsi da questa immensa e complessa muraglia, che ora appare in tutta la sua potenza.  Affiora dalla neve una costola rocciosa di rosso gneiss, tirandola mi accorgo che segue la mia mano. D’istinto la afferro ed anziché arrestare il suo moto cerco un improbabile disgaggio nei pochi metri che ci separano. L’errore fu fatale per la nostra corda, la caduta di taglio anche se sulla neve ne causa il tranciamento netto di tutti i trefoli tranne uno, che rimane bianco e solitario nel collegare me e Marco.

Lo sconforto è grande ed il troppo freddo ci obbliga a rapide decisioni. Allora non avevo il coltello a portata di imbrago e penso una roccia sia stata usata come accetta per completare il lavoro. Lo spezzone se lo carica Marco nel già pesante zaino, con l’altro decidiamo di proseguire, non ne misuriamo la lunghezza ma a sensazione dovrebbe essere circa la metà, in caso di doppie non dovremmo avere problemi per la progressione … speriamo. Queste rapide decisioni prese senza dibattiti ci fanno intuire che tutti e due sappiamo di aver passato il nostro nuovo “punto di non ritorno”, ora appare più semplice salire che scendere o perlomeno più rapido. La sintonia di intenti ormai raggiunta porta la cordata a scelte rapide ed istintive e soprattutto condivise. Mentre ascendiamo mi rendo sempre più conto di quanto sia importante questo fattore e di quanto la nostra cordata sia cresciuta da quando ci eravamo trovati legati insieme, senza programmarlo, sulla cresta del Cervino.

Qui le difficoltà sono nettamente superiori, il senso di isolamento è interrotto solo a sprazzi dalla visione della capanna Margherita e dei nostri compagni di bivacco, ormai alti e veloci con un passo che non è decisamente il nostro.

Su questa cresta nulla è scontato, neppure seguire la cresta, anzi l’impegno principale diviene proprio l’intuito alpinistico da affinare ad ogni passo: alla ricerca del passaggio migliore, della minore difficoltà o della roccia più sana.  Spesse volte si deve abbandonare il filo preferendo il versante SE e subito dopo il NE, alla spasmodica ricerca di orientarsi tra i due “grandi risalti” come li ha battezzati il Buscaini.

L’assicurazione è quasi sempre aleatoria ma psicologicamente importante. Le difficoltà sono sempre controllabili e non portano mai al limite, ma è chiaro che la scivolata di un componente sarebbe difficilmente arrestabile siccome, più che di cresta, spesso si è in piena parete sovente impiastrata di neve. Dove la roccia verticalizza proviamo anche ad assicurarci a tiri ma il metodo funziona per poco. Siamo consci degli errori commessi nelle nostre precedenti traversate, e qui allentiamo la corda e velocizziamo la progressione a conserva lunga e protetta pure male. A casa, col manuale in mano, sarei il primo a condannarla, ma qui, quando sei annegato in un versante di 3000m di roccia e neve, prevale l’istinto di sopravvivenza sul dottorato di tecnica alpinistica. Capisci e percepisci chiaramente che la sicurezza tua e del tuo compagno, è legata al tempo di esposizione in questi ambienti, procedere in modo lezioso e didattico spezzando il giusto ritmo è un elemento di insicurezza.

Come spieghiamo spesso agli allievi occorre fare proprie le tecniche e creare quegli automatismi per cui non occorre più fermarsi e pensare perché lo si faccia, ma farlo: subito, bene e basta. Malgrado spesso mi metto in cattedra, ora sono io l’alunno. Questa cattedrale di ghiaccio esige il rispetto, l’attenzione e le risposte che un professore si merita. Sai che hai studiato per l’interrogazione, ed anche le domande sono tutte alla tua portata ma, il suo svolgimento è snervante. Il tempo pare dilatato e non ne vedi la fine.

Giunti sotto al grande risalto sommitale ne intuiamo la salita, ma con difficoltà superiori a quanto aspettato e con energie ormai al contagocce. Decidiamo quindi di glissarlo sulla sinistra, in piena parete SE.  In uno scivolo nevoso dalla pendenza costante sui 50°, ne intravediamo una scappatoia. Qua e là affiorano diverse roccette ormai rese roventi dal sole alto e sembrano ottimi punti di assicurazione intermedia per vincere quel traverso infido, su neve resa marcia dall’energico sole di luglio. Peccato che ogni spuntone si paleserà o inaffidabile o completamente spiovente. I friends e nuts escono senza trovare ostacolo alcuno, i cordini finiscono sulla neve e di batter chiodi per ritrovarsi in mano delle briciole di montagna non pare igienico, in quel punto, a quella quota ed a quell’ora.

C’è da fare una cosa sola, anzi due: salire e non cadere.

Svolgiamo le anse e ci allunghiamo ai capi della corda mozza, qualche decina di metri permette di essere in modo alternato sulle difficoltà.

Quando io tiro il fiato, Marco lo trattiene e viceversa.

Questo pendio si rivelerà la parte più snervante della salita. Ogni passo lo scarpone prima affonda fino al ginocchio, ma quando caricato, pare non trovare appoggio sicuro.  Il peso del corpo con lo zaino stivato delle vettovaglie, pentole e gas da bivacco, ora è evidente. La progressione si fa lenta, delicata e poco proficua.

Più che avanzare si annaspa come cani. La piccozza non è di conforto, sprofonda pure lei e non pare a volte tornare alla luce. La necessità aguzza l’ingegno e su due piedi mi invento una “nuova progressione” che consiste nell’affrontare con un pugno sinistro la neve. Le dita distese ed aperte nella moffola ne aumentano la superficie ed usando ora i quattro arti motori riesco ad issarmi su di loro e progredire con una certa continuità, maledettamente lenta ma almeno costante.

Marco fedelmente mi segue, è importante saperlo lì, perché a quel tempo con nessun altro mi sarei sentito altrettanto sicuro. Io dovevo solo procedere, dietro Marco avrebbe fatto tutto nel migliore dei modi e cercato di arrestare una mia caduta, in tutti i modi possibili.

Poter affidare la propria vita ad un compagno di cordata ed a lui giurare lo stesso trattamento, è una delle alchimie magiche dell’Alpinismo, una delle tante per cui vale la pena cimentarsi in questa passione.

Dopo un’ora abbondante su questo terreno vien una gran voglia di ritoccare roccia, per marcia che sia.

E così è quasi un sollievo quando arriviamo al cospetto di una fascia rocciosa rossastra e verticale, la cui salita contraddistingue il meritarsi di nuovo la cresta. Sarà un quarto grado, forse anche meno, ma che fatica ed impegno quei pochi metri con le punte dei ramponi che gracchiano e stridono sul rosso gneiss. In qualche modo, penso molto poco elegante, sono sopra e da qui girandomi per assicurare a spalla Marco mi si apre in tutta la sua bellezza la cresta appena salita ed una goulotte, che a saperlo prima, era forse da preferire.

Non c’è tempo e con corda corta e tirata incito il mio compagno a salire, Marco non si fa pregare.

Ancora pochi metri esposti sul filo ed alle raffiche e si apre la vista del torrione Signalkuppe e dietro si intravede la sagoma della Capanna Margherita, siamo oltre i 4500m e la tensione cala d’un botto e così la fatica esce in modo prepotente, senza preavviso ci sega il fiato.

Sono molte ore che non mangiamo e ci idratiamo, concentrati nello uscire dalle difficoltà, abbiamo ingenuamente pensato di poter salirla tutta senza pause.

Grosso errore.

Gli ultimi metri saranno un calvario, non appena si accelera il passo per giungere alla meta ormai imminente, il respiro viene bloccato da una secca tosse che non lascia scampo. Occorre fermarsi e ripartire, in un continuo intervallarsi che ci fa intuire essere ormai prossimi al fondo del barile.

Prime delle scale della Capanna, abbandoniamo a terra piccozze e corda, osserviamo il vento che ha dilaniato quasi tutto il rosso di una risicata bandiera italiana e sotto quella europea non è messa meglio, avendo perso ben quattro stelle. Riprendiamo su tutto ed entriamo in quello che ora appare come un hotel, ecco dove son finite le quattro stelle!

Ritroviamo gli amici di merenda del bivacco, le facce stanche, cotte dal vento e sole ma soddisfatte. Se loro appaiono così, chissà i nostri volti come saranno, meglio non aver specchi nelle vicinanze.

Al tavolo ci ricompattiamo, Marco si accascia sul piano ed io non lo seguo solo perché è finito lo spazio. I due ragazzi marchigiani parlano già di N dei Lyskamm il giorno seguente, a me arrivare alle funivie pare già un miraggio.

Il pomeriggio scorre tranquillo, ogni piano di scale interne è una piccola cima da raggiungere o discendere e quindi si ottimizzano i giri, saltandone anche alcuno senza patemi di sorta o rimpianti. E’ così che non mi ricordo neppure se prima della cena siamo andati in camerata od ai servizi. Poco importa.

Siamo qui, il tramonto sta esplodendo e la visione del Cervino e Lyskamm dai piccoli vetri che vibrano al vento, è una immagine che mi porterò dentro a vita.

La notte scorre travagliata, la quota batte sulle tempie e la sensazione è quella di essere in piena influenza invernale. Le energie non vengono recuperate, le dita dei piedi rimangono fredde, pure un’unghia pare aver virato di colore. Altro che Dufour, l’indomani sarà già un successo tornare a valle sulle proprie gambe.

Di comune accordo ci dichiariamo completamente soddisfatti, con ammirazione ma senza invidia lasciamo partire i giovani ragazzi marchigiani, che in una settimana han racimolato su il bottino di tre anni di un comune alpinista come il sottoscritto: Kuffner al Bianco, Signal e N del Lyskamm. Chapeau.

Scendiamo sui pianori ghiacciati della normale alla punta Gnifetti, che ora ci appaiono come una comoda e sicura autostrada verso le funivie. In breve al perdere della quota ci sentiamo subito meglio, eravamo decisamente in pieno AMS o mal di montagna che dir si voglia, e quindi presto il passo si fa più deciso e svelto ed in breve tempo arriviamo alla capanna Gnifetti, giusto in tempo per notare le ultime cordate svogliate e ritardatarie che partono, in modo raffazzonato verso il nostro ricovero notturno, appena lasciato.

A quel tempo la funivia era solo da passo dei Salati e quindi la risalita allo Stolemberg donava agli alpinisti l’ultimo strappo finale noioso ma spossante.

Tornati ad Alagna i piedi si scaldano sull’asfalto, l’unghia scura è in buona compagnia di altre, la corda mozza ha fatto il suo dovere e le braccia mie e di Marco si cercano per scambiarsi un segno di riconoscenza della magnifica esperienza insieme.

Lo sguardo sale appena oltre il campanile cittadino, ed ora sappiamo bene perché ci dicevano che:

“La Signal inizia da Alagna !“


Prima salita:

A. Supersaxo e H.W. Topham ed un portatore 28 luglio 1887.


Descrizione tecnica:

Relazione di salita 20-22 luglio 2008

Difficoltà :D, passi di III e IV, canali nevosi sui 50°-55°
Impegno :IV
Tipologia itinerario :via in alta quota, non sempre evidente ma anzi da cercare con intuito Alpinistico, la presenza di un rifugio alla partenza ed uno all’arrivo non deve farla sottostimare. Protezioni aleatorie o di difficile piazzamento.
Relazione :ottima la TCI, Buscaini (vedi sotto)
Dislivelli :+2200m circa fino a Capanna Resegotti 3624m, +930m cresta vera e propria, – 1800m circa per tornare impianti.
Punto partenza : Cascate Acqua Bianca 1190m. Alagna Valsesia (VC), Piemonte, Italy.
Punto arrivo massima elevazione:Punta Gnifetti, 4554m
Materiale:NDA, 1 piccozza classica, ramponi da misto, 2 friends 0.5 ed 1, qualche nuts, 1 mezza corda 60m doppiata.
Consigli:Solo in cordate affiatate.

 

Ad inizio stagione quando la neve e ghiaccio consentono la progressione con ramponi per tutto l’itinerario.

La Resegotti è dotata di stufa (portarsi legna) e pentolame, evitate di portarle su come invece abbiamo erroneamente fatto noi. Si può fare acqua a pochi passi dalla capanna ponendo attenzione alle numerose deiezioni.

TCI Buscaini
Traccia cresta Signal

Dislivelli/sviluppo:

+2240m circa fino a Capanna Resegotti 3624m / 

+930m cresta vera e propria / 1300m

– 1800m circa per tornare impianti /


Punti di appoggio:

Bivacco Resegotti
Capanna Margherita
Capanna Gnifetti

Cartina con tracciati:

TCI Monte Rosa, Buscaini


Foto del tracciato:

tracciato dei 3 giorni su foto © monterosa-ski
Tracciato Signal da Alagna
Tracciato Signal da Traversata dei Camosci
Tracciato Signal dalla Capanna Margherita

GPS :


Visualizza mappa ingrandita


Video

Routes of the sky – Vie del cielo from nikobeta on Vimeo.

Quando ti trovi solo con il tuo compagno di cordata che ricalca le tue orme, su una neve ghiacciata dall’alba del primo mattino, sei in bilico su una lama che taglia il concetto di orizzonte, intorno a te solo il vuoto, eppure capisci che poche altre volte nella tua vita sei stato così pieno. Se quello è, ora, il solo posto in cui vorresti essere: La Via del Cielo ha preso anche te.
Ed allora ecco che a pochi chilometri da casa si possono ancora intraprendere veri e propri viaggi, isolati come in mezzo al deserto del Gobi, immersi in una natura lussureggiante come quella del Borneo, in ascetica introspezione ed ascolto di se stessi e dei propri limiti come in un monastero tibetano. Questi luoghi sono le nostre Alpi. Anche se ogni versante ormai è martoriato da impianti e turisti della neve, è ancora possibile addentrarsi in luoghi dove la natura è la sola a dettare legge.
_________________
When you’re alone with your climbing partner who follows in your footsteps on a frozen snow dawn of early morning, you’re poised on a knife that cuts the concept of horizon, only emptiness around you, yet you know that few other times in your life you have been so full. If what is now the only place where you want to be: The Ways of the Sky took you too.
And then behold a few miles from home can still take the actual travel, as isolated in the middle of the Gobi desert, immersed in lush nature such as Borneo, in ascetic introspection and listening to themselves and their limits as in a Tibetan monastery. These places are our Alps Although each side now is battered by snow and leisure facilities, you can still go into places where nature is the only one to dictate.


Ti potrebbero anche interessare.

Alta Quota 25 25
Ritieni utile la relazione?

Dona per lo sviluppo del sito e permettermi di togliere la pubblicità.
Grazie.

1€5€10€


FOTO

clicca sotto a pag.2 per la gallery dei 3 giorni