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Messner al Sasso delle Nove

Sasso delle Nove 2968m

Salita ed emozioni di Alberto Montanari (Sturno) chi mi ha cortesemente prestato il materiale:


Estate 2003, le ferie scorrono veloci, viaggiando col camper in Austria; facciamo lunghe escursioni, approfittando di questa insolito bel tempo cronico. Risalendo da Innsbruck verso il Passo del Brennero, in vista di un’ultima settimana da passare in Dolomiti, Flavia mi propone di stare un paio di giorni a San Vigilio di Marebbe, dove non siamo mai andati.

Subito nella mia mente prende corpo un’equazione diabolica: San Vigilio = Messner al Sasso delle Nove. Sono anni che penso alla Messner ma non è mai capitata l’occasione di farla. Richiede un avvicinamento lungo, sia in auto che a piedi, per soli 250 metri di via. Così la si è sempre rimandata. A tutta prima, però, scarto decisamente l’idea di percorrerla da solo. E’ troppo per me. Di solito all’attacco delle vie io sono colto da fifa blu, che ovviamente si moltiplica quando sono da solo. Per trovare il coraggio di salire, devo essere convinto che nulla sia lasciato al caso e che non vi sia nessun punto interrogativo. Invece la Messner di punti interrogativi me ne lascia parecchi: innanzitutto il quinto grado in Dolomiti e in solitaria non l’ho mai fatto; e poi, si sa, la Messner è pochissimo chiodata, forse anche le soste sono precarie, figurarsi se trovo il coraggio per salire da solo. Ormai, però, il tarlo si è insinuato e nelle ore successive valuto anche gli aspetti a favore: innanzitutto la meteo, che è inattaccabile per almeno due giorni. Si potrebbe andare su qualunque via e, tornando a me, potrei attaccare la via anche in tarda mattinata, compiendo così un’azione meritoria nei confronti della mia forza di volontà. Molto meglio attaccare nel caldo sole che non in mezzo alla rugiada del mattino presto. E poi la via si svolge quasi tutta su una lunghissima placca appoggiata e non avrei quindi difficoltà ad autoassicurarmi. E poi, è vero che è quinto grado, ma dove è dura è ben solida; sul quinto solido non dovrei avere troppi problemi, anche se i chiodi sono lontani….
Alla fine mi risolvo ad andare almeno a dare un’occhiata e, dopo aver appoggiato il camper a San Vigilio, alla sera pedalo fino a Pederù per verificare se esiste ancora il servizio jeep per il Rifugio La Varella. Niente da fare, bisogna salire a piedi. Siccome a Pederù col camper non posso stare, mi toccherà partire domattina col camper da San Vigilio, portarlo a Pederù e da lì camminare fino all’attacco: sono 1200 metri di dislivello. Anche con lo zaino carico dovrei comunque farcela in tre ore, fors’anche meno. Detto fatto, alle otto del giorno dopo lascio San Vigilio; a Pederù sveglio Flavia e facciamo colazione insieme, alle nove parto.

Lo zaino pesa un bel po’. Oltre a tutto il materiale occorrente per una cordata da due (che devo portare da solo…) ci sono alcuni aggeggi che mi servono per autoassicurarmi, una corda da 60 metri del 10.5 e un cordino di riserva da 40 metri dell’otto, da usare nel caso di ritirata (che quando sono da solo non è un’evenienza improbabile!). Assieme all’acqua, cibo, maglione, wind stopper, giacca in goretex (non si sa mai, no?) sono più di venti chili. Il tutto è stipato in modo che il materiale di arrampicata non sia visibile; quando vado solo nascondo tutto! Ho timore che qualcuno mi chieda dove sono diretto e cerchi di dissuadermi. Questi tentativi purtroppo su di me sono spesso coronati da successo, quindi meglio che nessuno veda nulla. Eppure, dopo pochi minuti, vedo sul sentiero un ragazzo fermo che mi guarda con atteggiamento indagatorio…. che abbia capito dove vado? Appena giungo al suo fianco, perentoriamente, mi chiede “tu, dove vai?”. Incredibile! E’ Pier, il dottore del mio cane, in ferie a San Vigilio. “Vado a fare una ferrata….”, gli dico mentre il naso mi si allunga. Ci incamminiamo assieme; mi accompagnerà fino a monte del Rifugio La Varella, presso il vasto altopiano chiamato “Il Parlamento delle Marmotte”. Mi ha fatto un mondo di piacere camminare con lui, fra l’altro ho anche evitato di pensare troppo alla parete. Dopo un paio d’ore Pier si dichiara senza fiato e mi lascia. E meno male, penso io! Ancora un po’ e avrebbe capito che stavo andando verso la parete.
Rimontando velocemente i prati basali giungo sotto al Sasso delle Nove, in corrispondenza di un evidente diedro dove la via attacca. Prima domanda: il primo tiro, difficoltà massima terzo grado inferiore, lo faccio in scarpe da ginnastica o con le scarpette? Senza pensarci troppo mi attacco al diedro ma dopo pochi metri le scarpe miagolano e tosto ridiscendo animato da migliori propositi. Mi metto quindi le scarpette, mi imbrago, sbroglio la corda e la lascio scorrere dietro di me. Quando arrampico da solo senza autoassicurazione mi trascino sempre la corda come se fossi in cordata. In questo modo sgravo lo zaino e, soprattutto, il morale ne guadagna.

Quando guardo giù per cercare l’appoggio del piede vedo la corda che scende, come se fossi assicurato, e non un orrido nulla che si apre sotto le scarpe!
I primi 60 metri volano facilmente e giungo quindi su una lunga cengia. Traverso a sinistra, verso l’attacco della via Messner che ho scelto. Ce ne sono tante di vie Messner su questa placca; la mia preferenza e’ andata a quella aperta nel 1965 in compagnia di Lottersberger. Mentre cerco l’attacco comincia e insinuarsi in me una sottile ansia… Saranno attrezzate le soste? Se non trovo la prima sosta non salgo!, mi dico, ma appena girato uno spigoletto della cengia, meraviglia, vedo due begli spit lucenti alla base della via. Gli attimi che seguono sono caratterizzati da un’alternanza di stati d’animo contrapposti. Alla gioia iniziale per la presenza degli spit alla sosta subentra subito il timore che tutta la via possa essere completamente attrezzata a spit. Guarda allora in su, scruto la lunga placca e…. gioia!, non ci sono gli spit lungo la filata di corda. Ma alla gioia subentra subito la perplessità: non solo non ci sono gli spit, non c’è proprio nulla. Eh, ma io non ci vedo! Metto gli occhiali e…. nulla! La placca fugge verso l’alto con perfetto slancio. Sembra la superficie di un lago leggermente increspata dal vento. A perdita d’occhiale non ci sono fessure, non ci sono chiodi. Per almeno 20 metri sono sicuro che se ci fosse qualcosa lo vedrei.
Che fare? Ragionando razionalmente, concludo che se c’è la prima sosta sicuramente ci saranno anche quelle successive. Il peggio che mi può capitare è di fare tutta la filata di corda senza rinviare; ma diamine, vuoi che qualche chiodo, qualche buco da dado non ci sia? Non ci penso su troppo, mi autoassicuro, lascio lo zaino appeso alla sosta e mi appresto a partire. Sì, partire, bella parola! I primi tre metri della via sono certamente i più duri, ma questo io ancora non lo so. La placca all’inizio è liscia liscia, senza rugosità. Non riesco a partire! E se quando sono su dieci metri, senza rinvio, mi capita un altro passaggio così? Non ci penso troppo, afferro il cordino di sosta e mi tiro su fino a raggiungere le prime rugosità, poi meccanicamente salgo. I primi sette-otto metri non sono facili: non sono un placchista e mi muovo a fatica, ma poi ci faccio l’abitudine e vado. Solo che qui non ci sono chiodi. Pazienza, vado… Dopo venti metri finalmente intravedo qualcosa che spunta. E’ un chiodo a pressione!, di certo un chiodo normale mica ci entrava, in una placca così! Dal chiodo vedo qualcosa che brilla, non può che essere uno spit, bene! Lassù è sicuramente la sosta. Giungo al termine del primo tiro dopo quaranta metri; in sosta ci sono uno spit e un chiodo. La presenza dello spit mi rassicura, velocemente mi calo, recupero lo zaino e il materiale e risalgo.
I due tiri successivi sono all’insegna del divertimento e della soddisfazione. Sono completamente solo, non mi era mai successo, di solito trovo sempre altre cordate, che attenuano l’impressione e la soddisfazione di fare una solitaria. Al termine del quarto tiro giungo in una zona di rocce rotte; le difficoltà calano, ma devo passare in mezzo a dei blocchi instabili di grosse dimensioni. E’ un guaio, quando mi calerò la corda passerà di qui e potrebbe smuoverli. Inizio quindi un paziente lavoro di ripulitura. Con gli ultimi due metri di corda (ho saltato una sosta) giungo al posto di fermata e…. niente più spit, bensì un chiodo mezzo fuori e una clessidra dall’apparenza dubbia. Sul momento penso che ridiscenderò arrampicando, poi però intuisco che il chiodo non è male e che la clessidra, tirata verso il basso, è pure affidabile. Mi calo quindi senza indugi.
La quinta lunghezza dovrebbe svolgersi in un diedro, ma ne vedo uno solo, dall’apparenza dubbia. Traverso su rocce rotte e mi porto alla base, giusto per concludere che su di lì non ci vado. Troppi blocchi instabili. Giro uno spigolo e, meraviglia, trovo un bel diedro inclinato, non difficile e solido. Piazzo un bel friend alla base, metto in tensione la corda, sicchè non smuova i pietroni su cui ho appena traversato, e salgo. Giusto alla fine dei sessanta metri di corda (avrò saltato un’altra sosta?) giungo su una cengia, dove sicuramente c’era un punto di fermata. Si vedono i segni delle schiodature, e c’è un moncherino di chiodo, che si è rotto nel tentativo di estrarlo ed è ora inutilizzabile. Dadi e friend non ce ne stanno, qui per potermi calare a recuperare sacco e materiale devo chiodare. Ripenso alla sera prima, quando avevo valutato l’opportunità di lasciare giù martello e chiodi per alleggerirmi. Poi alla fine li ho buttati nel sacco, ripensando a quella nota guida alpinistica che recita “Casco, martello e chiodi in Dolomiti non sono un optional. Vanno indossati all’inizio della salita e tolti solo una volta rientrati a casa, dopo aver chiuso per bene la porta”. Aveva ragione! Mentre mi accingo a chiodare mi sovviene che nella mia vita avrò piantato sì e no dieci chiodi e a nessuno di essi mi sono mai appeso. Rallegrato da queste considerazioni, di chiodi ne butto dentro tre, di cui uno ottimo.
Dopo aver recuperato tutto il materiale valuto l’ultimo tiro. Se non è attrezzata questa sosta sicuramente non lo sarà neppure l’ultima; mi immagino già l’uscita della via, su un classico pianoro sommitale dolomitico, costellato di sassi mobili, senza possibilità di fare sosta. E’ sicuramente meglio che esca slegato. La relazione recita quarto inferiore, non sarebbe un problema a condizione che sia solido. Invece il diedro che ho sopra la testa non mi rassicura. Mi sposto un poco lungo la cengia e trovo una rampa una decina di metri più a destra, che almeno promette di essere più solida. Sbroglio tutta la corda e la trascino dietro di me, come al solito. Con circospezione mi innalzo, mano a mano le rocce si fanno più facili e finalmente esco sul pianoro sommitale. Sono le 15,20. Mi tolgo velocemente le scarpette e poi sempre trascinandomi la corda (troppo stanco per buttarmela subito in spalla!) raggiungo la croce di vetta.
Anche in cima sono da solo, il panorama è grandioso, come spesso capita in Dolomiti. Sono molto contento. Sono consapevole di non aver fatto nulla di particolarmente ammirevole. Però, nel mio piccolo, è forse un passo avanti. E poi è comunque una salita in più, che calma per un poco quella sete di vie di arrampicata che da molto tempo accompagna le mie estati, la cui mancata soddisfazione mi fa sentire obsoleto e bacucco, mi fa sentire fuori posto. Chissà se è questo che intendeva colui che scrisse che gli arrampicatori sono assimilabili a drogati. Io forse un po’ lo sono, anche se faccio vie non certo d’elite, anche se arrampico poco, anche se sono soddisfatto pure quando cammino o corro sui sentieri. Però le dolomiti sono belle, proprio belle, e quando sono in cima dopo una salita sto davvero bene, e arrampicare mi piace; mi piace la successione dei movimenti, mi piace lo studio preliminare di una via, la selezione del materiale… Lascia che sia, l’importante è cercare di fare le cose per bene e minimizzare il rischio.
Di solito non descrivo mai ciò che faccio in montagna, mi sembra di fare salite molto routinarie che non possono riscuotere interesse.

Quel giorno, però, sul Sasso delle Nove mi sono proprio sentito bene. Sarà forse perché ero davvero da solo.

2003 © Sturno.


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