Categorie
Alpi Centrali Gruppo montuoso relazioni val Bondasca val Bregaglia via arrampicata ambiente

Cassin al pizzo Badile

parete N del Pizzo Badile

3308 m – Val Bondasca, Alpi Retiche (CH)

Apritori:

Prima salita di: Riccardo Cassin, Gino Esposito, Vittorio Ratti, Mario Molteni † e Giuseppe Valsecchi †, il 14+15+16 luglio 1937.

Descrizione:

Via simbolo di un Alpinismo d’altri tempi, ormai irripetibile.

Trovarsi sotto a questo oceano di granito e pensare nel ’37 in scarponi rigidi, braghe alla zuava, maglioni di lana, con una treccia di canapa da far passare dentro a chiodi e moschettoni rudimentali forgiati da loro stessi, è qualcosa che sfugge all’immaginario di una moderno alpinista.

Ma Riccardo era così, quando si iniziava una via non si tornava indietro, costi quel che costi anche se il conto su questa montagna fu la morte per sfinimento di due compagni sulla via del ritorno che solo due giorni prima erano sconosciuti pretendenti.


Racconto della salita:

Day 1:

Alta pressione e tanta voglia di alta quota.
Il miraggio di una traversata a filo 4000 sul Bianco ci prende forte e per l’occasione speciale facciamo scendere da Tione il nostro giovane amico, ma già fortissimo, Filippo Crespi.
Purtroppo le condizioni non sono buone, le creste di solito merlate da una sinuosa curva nevosa sono tutte crepacciate. Lo spartiacque roccioso ci pare in condizioni, ma la discesa no. A malincuore cambio di programma. Anche per quest’anno l’alta quota sfuma.
O forse no.
Proviamo a legarci una salita di 1400m di cui più di 800 di arrampicata su eccellente granito.
Non sarà il protogino del Bianco, ma ad aderenza e linea il Badile non teme confronti.
Con un pò di insistenza convinciamo Christian che già era salito per lo Spigolo N anni fa.
Ci rammenta che il viaggio è lungo, comporta 3 giorni in ambiente e la salita è al limite delle nostre capacità.
Poco importa, quasi non lo ascoltiamo tanta è la voglia che si sa a volte in Alpinismo, sconfina con una accanita ossessione.
Qualche anno fa lo Spigolo mi incuteva non poca soggezione, ora non vedo l’ora di salire sulla Cassin insieme ai miei due amici.

Passo azzardato o beata incoscienza ?

Day 2:

Ed eccoci alla partenza.

La sveglia suona alle 4, c’è poco movimento sulle brande però.

Vado a svegliare i miei due compagni perchè siamo sparpagliati in più camere ma Filippo Crespi è già in piedi, meglio: “Vieni a darmi una mano che andiamo a farci un cappuccino col fornello in veranda estiva ?!”
Non tira vento ma l’aria è frizzante. Alcune cordate con guida partono e capiamo che come al solito siamo in ritardo rispetto alla tabella di marcia.
Ci incamminiamo su sentiero e quando albeggia per fortuna siamo sulle levigate placche basali del Pizzo che, tramite elementari passaggi di II, portano all’attacco dello Spigolo N.
E’ qui che il Badile deflagra in tutta la sua potenza.
Già lo spigolo non appare più così appoggiato ma è la parete nord che schiaccia ed annichilisce con la sua vastità e portata.

Ripenso alla cordata di Cassin, Esposito, Ratti, a quella di Molteni e Valsecchi morti per sfinimento durante l’apertura, le solitarie dei fortissimi Buhl e Butch (Hermann Buhl e Marco Anghileri ) ma anche alle imprese dei 5 di Valmadrera; con Gianni Rusconi che ripetutamente portava il materiale, durante l’apertura della “via del Fratello”, sotto ad un masso erratico sul ghiacciaio del Cengalo.
L’immagine di quella truna sotto il sasso, casa e ricovero per i molteplici tentativi invernali, con un topolino che gli sgranocchiava la cera fusa dalle candele, è l’Alpinismo di cui sono innamorato e che ormai trasuda e profuma di “tempo passato”.

Un sferzata di gelida aria dal ghiacciaio del Cengalo riporta alla direzione da intraprendere.

C’è da scendere, disarrampicare su del III per portarsi a quello che ormai è il classico e consueto attacco della Cassin, la cengia basale.
I 25 tiri che ci aspettano ci sembrano ampiamente sufficienti per metterci alla prova, aggiungerne altri come suggerito da Fillo non ci sembra igienico, a me e Christian, ventenni vent’anni fa.

La cengia è sgombra di neve. Si percorre bene ed in fretta, ma l’affollamento è più da supermercato che da via ED-. La fama, il blasone e diciamolo la “moda” che coglie l’alpinismo moderno è lampante. Anche noi ne siamo schiavi aggiungendo 3 persone alle 30 che già saranno su questo itinerario ed altrettante sullo spigolo.
Per arrivare al diedro Rebuffat si salgono alcuni metri in un buio camino, non era male legarsi prima ma la fretta di non farsi superare ci ha portato ad una più elevata accettazione di rischio.
E’ proprio mentre siamo dentro a questo budello che sentiamo un urlo femminile ed un grosso tonfo, sordo ma possente tanto da scuotere la roccia. Subito ci schiacciamo dentro sentiamo un rotolio che fa vibrare a diapason le pareti dell’angusto camino. Christian divide la brutta sensazione con me dicendomi in modo pacato ma fermo: “Questa è morta!”
Fortuna è solo un brutto scivolone, era legata ma ha smosso qualcosa di grosso.
Capiamo che l’affollamento è ai limiti della sicurezza. Troppa gente, in poco posto e su un terreno non così saldo, almeno all’attacco.

Decidiamo per la tattica dei 7 tiri a testa. la Cassin dovrebbe andar via con 21 tiri + 4 o 5 di Spigolo da decidere, quindi questo numero ci pare il modo più equo per dividerci il piacere di questa salita.
Parto io. Per la fretta di stendere le corde quasi non mi allaccio le scarpe, non prendo rinvii e non mi ricordo come sia il diedro Rebuffat.
Arrivo alla sosta e trovo un rassicurante spit fix inox. Bene. Peccato ci sia solo quello e quello accetta già i moschettoni di altre due cordate.
Infilo un cordino, non senza difficoltà e rinforzo su altro punto. Investire 5 minuti per una buona sosta ed evitare che 8-9 persone su un singolo ancoraggio finiscano a grappolo sul ghiacciaio sotto, mi pare tempo speso bene.
Purtroppo sarà così per tutta la salita. Un pò troppa faciloneria nell’affrontare le soste da parte delle cordate. Pochissimi rinforzano o valutano alternative e così ci si trova sempre in tanti, su poco.
I primi tiri comunque scorrono veloci, complice la non verticalità, la logicità e la freschezza della cordata in circa 3 ore esaurisco il mio compito in classe da primo.

Ora Fillo prende in mano la staffetta, sotto si è mosso come un gatto e non ho dubbi porterà su la corda nel migliore e più veloce dei modi sui tiri chiave delle via.
Tre facili tiri in traverso ascendente a sinistra e poi sotto all’undicesimo tiro, il tappo.

Qui ci dovrebbe essere il chiave ed in effetti in sosta, dove si trova pure il libro di via, ci troveremo in 4 cordate ad aspettare il nostro turno per un’ora.
Gentilmente due cordate di giovani ragazzi Bielorussi ci cedono il posto, con il mio inglese maccheronico gli prometto una birra al Gianetti, anche se l’idea ora mi pare solo un miraggio.
Filippo sale su questo diedro accademico con regolarità e sicurezza, piazza molte protezioni mobili segno che la musica è cambiata.
Sale tanto, troppo.
Ad un certo punto occorre abbandonare il diedro ed andare in placca a destra, lo schizzo è chiaro la descrizione pure ma poi quando ci sarò sopra capirò non era per nulla scontato e logico. Il diedro ammiccava come sirena la sua scalata.
Qualche manovra da circo con le corde e con una pseudo calata assicurata ma anche qualche sospiro, il nostro “giovane” si toglie dall’impiccio e trova la sosta.
Bravo ora tocca a noi.
Parte Christian ed io chiudo la fila. Mentre recupero le protezioni con posso che rimanere ammirato dalla bravura di Cassin, ma anche di Filippo. Che bel tiro. Non molla mai e salirlo da secondo mi concede anche qualche attimo di relax mentale per tirare fuori qualche scatto. VI sostenuto, VI+, non so. So che da primo avrei perso un mese di vita e forse pure di più.
La sosta allorchè scomoda mi pare la hall di un hotel di lusso. Pacca sulla spalla a Fillo e via che anche sopra non pare migliorare molto.
In effetti questi tre tiri superano la parte più verticale, a volte strapiombante della via. Sono però anche i più esaltanti. Da soli già varrebbero il viaggio e la via ma così non è.

Il viaggio verticale è ancora assai lungo e noi abbiamo perso un pò del passo e ritmo iniziale.

Altri due tiri su una stupenda lama fessurata prima e poi traversando in esposizione sotto ad un tetto. Spalmo di piedi. Le scarpette che paiono sul nulla ma questo nulla è il tutto.
Piccole gemme di feldspato fatte a goccia che si perdono in questo oceano di granito. Se le si accarezzano con i piedi, ci sostengono.

Che arrampicata strana per noi abituati al calcare e dolomia. Mi trovo quasi a ringraziare gli anni sulla sabbia pressata della nostra Pietra di Bismantova e la sensibilità che mi hanno donato per la roccia.
Qui è un vero trionfo dell’aderenza e se i primi tiri si era titubanti, la via ha tutta la lunghezza per insegnare ed uscirne provetti con un bel brevetto nello zaino.

Ora tocca a Christian, sulla carta tiri “facili” che seguono un logico e salvifico camino colatoio che dopo altri 7 tiri dovrebbe portare sul filo di cresta.
Complice la stanchezza ed un abbassamento della guardia anche questi tiri bastoneranno.
La parete tende a perdere la verticalità sotto ma insinuarsi in questo budello lisciato da ciclopiche cascate d’acqua, non è una passeggiata.
Qui l’aderenza assume ancora più importanza, è qui che si è chiamati a tenere una vera e propria tesi di laurea.
Siamo al 18esimo tiro, la sosta è buona, noi abbastanza comodi.

Christian parte e si intrufola nell’intestino nero della montagna.

Vediamo che procede accorto e circospetto come il grado non lascia presagire. Guardiamo la relazione e più di un V, V+ non dovrebbe essere, mha?! Sarà la stanchezza oppure non riuscirà a trovare come proteggersi bene, ci diciamo in sosta.
Lo vediamo faticare come sotto non era successo. Dove sta il tranello?
Partiamo anche noi, io chiudo le fila e recupero il materiale ed inizio a capire.
Se si sta fuori e si affronta come diedro, è un onesto V ma prima o poi occorre entrare sul fondo, pena non piazzare protezioni, e li iniziano i dolori.
Il camino si restringe, i fianchi si lisciano ancora più, la vista e le mani sono intubati in una sorta di imbuto dove si intuisce miliardi di litri d’acqua sono passati nei millenni ed ora sono lì evaporati ad osservare come e, se, te la caverai.
Nel mio caso la scena è pietosa ed esilarante al tempo stesso.
Gratto il fondo con le unghie per raschiare via la protezione ed in men che non si dica mi ritrovo incastrato come tra una morsa rocciosa. Più mi dimeno e più mi sento stritolare e lo zaino entrare nella schiena. Sono anche relativamente tranquillo però. Corda dall’alto ed anche se non l’avessi non mi muoverei di un centimetro oltre. Ne su, ne giù, sono bloccato.
Capisco lo stallo della mia posizione e me ne sbatto allegramente della libera:
” Paranca !”
I miei compagni prima ridono ma poi capiscono che un aiuto è quasi indispensabile.
Lestamente la corda si tende, io la prendo in mano e con sforzo esco dalla morsa.
Ci starebbe un bel: “Vigliacccc” ma il tempo vola ed il camino pare non finire ancora, sopra.

Le difficoltà si abbassano ma una sosta a destra fuori dalla linea del camino ci porta a tante interpretazioni e tentativi nel cercare la via corretta.
Dopo un dibattito, con alcune posizioni animate dalla tensione ormai palpabile, Christian pare aver trovato il bandolo della matassa.
Torniamo in diedro camino, aggirando sulla destra una fascia di apparenti ostici strapiombini.
I chiodi prima spariti tornano ad indicarci l’esattezza delle nostre idee ed alle 19.30, 12 ore e mezzo dopo aver attaccato, siamo sullo spigolo Nord.

La Cassin è finita e con lei in teoria le difficoltà.

Però il tramonto è vicino, le nubi si alzano e la cresta non pare poi così camminabile come il grado lascerebbe intuire.
Siamo stanchi e provati. Meglio non commettere leggerezze e quindi si decide di procedere a tiri anche su questi ultimi metri, od almeno fino a che non diventa evidente il percorso.
Alla fine stenderemo altri 5 tiri di corda più della conserva, nessuno avanti a noi, come ormai eravamo da metà via in poi, ma dietro 4 cordate; che probabilmente sono state felici di avere delle frontali da seguire, od almeno io lo sarei tanto stato fossi in loro.

Christian si propone di finire lo spigolo, forte del fatto che per lui dovrebbe essere una ripetizione e quindi più facile ricordarsi il percorso, io e Filippo non ci opponiamo, anzi.

Alle 22 circa siamo all’obelisco, quota 3308m, non ci stringiamo neppure la mano.
4 m sotto sta il provvidenziale bivacco, ma la nebbia ovatta ogni cosa e sappiamo non sarà facile trovarlo malgrado quei miseri 50m da cui dista dalla vetta.
Ed in effetti sarà così.
La ricerca a sentimento e sensazione sarà infruttuosa e vana.
Dovrò togliere lo zaino, prendere la cartina e fare azimuth sul bivacco per indirizzare Filippo verso il probabile luogo del rifugio di lamiera.
La corda nel mezzo barcaiolo sull’obelisco è quasi terminata quando un urlo mi riempie di gioia:
“Trovato !”
Sono le 23.

I materassi vengono portati fuori dalle cordate di Bielorussi, Inglesi e Tedeschi. Loro preferiscono dormire all’aperto, appollaiati come aquile socievoli, gli uni agli altri. Con un muro di granito come schienale e le stelle come tetto.
Tanto di cappello alla loro tenacia e resistenza al freddo, io dentro al bivacco batterò un poco i denti, con gli altri mie due compagni di cordata ed una coppia di forti alpinisti, Benigno Balatti e Giovanna trovati già dentro, nell’attico del confortevole hotel di lamiera.

E’ notte da un pò.
Fuori sento le cordate hanno il coraggio e forza di scherzare ancora.
Piccole e tenui risate.
Composte ma perfette per indicarmi che il momento è magico.
Si è avverata quella rara alchimia Alpinistica che ti fa sentire un tutt’uno con l’ambiente circostante e le persone vicino.
Pensieri volgono a casa, a chi non c’è ed a chi avrebbe voluto esserci.
In quei pochi metri quadrati, persone da ogni parte del mondo, unite da una passione.

Non sarebbe forse migliore il mondo ?

Day 3:

Terzo giorno sul Badile, probabilmente il più stancante fisicamente.
La notte corre svelta in bivacco. Le poche provviste rimaste vengono condivise ed anche l’acqua per fortuna, siccome i ramponi che tenevo nello zaino mi hanno bucato una bottiglia e fatto perdere più di uno dei tre preziosi litri d’acqua celavo nello zaino.
Dormiamo un pò più della necessaria alba e presto ci troviamo fuori dalle lamiere con le cordate dei Bielorussi e Francesi già sparite. Rimane solo una tedesca composta da una coppia che adagiata sul materasso e coperte pare appena uscita da una romantica notte in uno chalet. Che bella immagine, me la porterò giù insieme a tante altre.
L’aria frizzante ci sveglia e le indicazioni chiare del Benigno Balatti non ammettono errori. La discesa pare più semplice ed intuitiva del previsto. Occorre solo prestare attenzione, alla fine di una doppia, dopo che si è passsato uno spigolo, a salire anzichè scendere e puntare alla piazzola dove risiede la croce con le calate, punto di sosta pure per la normale italiana.
Perdiamo quota di buon passo, mettiamo giù qualche doppia, qualche la saltiamo e qualche la condividiamo con la cordata di Benigno e Giovanna ed in poco meno di 2 ore siamo sui pratoni che adducono al rifugio Gianetti. Tra pecore e pochi trekker ci buttiamo sul bancone, esigendo rispetto per la nostra fame e sete, desideri che vengono subito esauditi ed appagati.
Consultiamo la cartina per studiare un’ultima volta l’itinerario ma per me risulta difficile leggere senza una lente che è rimasta tra qualche piega fra l’obelisco ed il bivacco la notte prima. Fillo gli occhiali li mette solo per look, mi fiderò di lui.
Mezzora di sole, due chiacchiere con il simpatico Benigno Balatti, lasciamo asciugare le maglie mentre ci bagniamo la testa e via che si riparte per il lungo giro ad anello che dovrebbe riportarci alla capanna Sasc Furà, ma solo dopo aver valicato due passi: il Porcellizzo e la Trubinasca.

E’ qui che il giovane viene fuori in tutto il suo vigore. Stargli dietro con la corda sullo zaino ed intavolare un colloquio è pura utopia, và troppo forte. Calo il passo lo lascio andare e così risalgo in solitaria questi valichi ormai morenici e non più glaciali.
I ramponi potevo lasciarli a casa, tutto peso in meno sulla Cassin e soprattutto acqua in più nel bivacco, senno del poi.
Mentre queste riflessioni sui grammi che potevo risparmiare mi assalgono giungo al primo passo del Porcellizzo, quasi di slancio dal Gianetti siamo a 2950m. Filippo Crespi è appollaiato su un sasso, mangia qualcosa ed è vestito segno che è un pò che mi aspetta e cerca riparo.
Ora si apre la vista sulla valle morenica di ciò che rimane del ghiacciaio della Trubinasca. Una pozza d’acqua e qualche lingua nevosa. Desolazione per lo stato dei ghiacciai ed anche per i quasi due chilogrammi portati a zonzo a vuoto per tre giorni.
Vabbè… giù a rotta di collo che di strada ce ne è ancora tanta e dopo aver raggiunto la base della vedretta a 2400m occorre poi risalire per il bivacco Pedroni e puntare dopo al passo della Trubinasca, che si nasconde ancora ai nostri sguardi.
E’ qui, alla seconda rampa, che il passo si fa lento. Capiamo le energie sono agli sgoccioli. Lo zaino sega le spalle e la schiena duole nei salti che si devono affrontare tra un sasso granitico e l’altro.

Siamo sul Trubinasca, quota 2717m, ora in teoria è tutto da scendere, si vede pure il rifugio e quindi ci buttiamo sui cavi metallici della ferrata che ci sembrano i comodi corrimano di un hotel.
Con un lungo semicerchio arriviamo ai rigagnoli e torrenti che scendono dalle calde pareti del ghiacciaio della trubinasca. Arrivare però ad appoggiare le birre sul tavolo del rifugio non è solo una formalità.
La vista della W del Badile regala l’ultimo batticuore.
Sentiamo è finita, ce l’abbiamo fatta, le tensioni calano mentre si alza il boccale in aria.
La gentile rifugista si ricorda della promessa fatta 2 giorni prima, ci offre le birre in segno di ricompensa per la pazienza che abbiamo dimostrato quando ci aveva smarrito i letti prenotati.
Questa birra scorre giù ancora più rinfrescante.

Guardo i miei due amici.
Ridiamo e scherziamo.
Già fantastichiamo su nuove vie ed avventure insieme.
Sento le membra a pezzi e l’auto è ancora distante, ma non vedo l’ora di ritornare con gli amici, su un nuovo viaggio verticale.

Buon viaggio !


Scheda tecnica:
via Cassin

Diff: VI+, VI obbl, 1200m sviluppo, IV impegno, ED-, TD+(A0),

Percorrenze / Dislivelli:
1 giorno = 2km / +730m
2 giorno = 3km / +1450m
3 giorno = 11.5 km / +1100m – 3100m


Accesso:

cap Sasc Furà 1904m


Esposizione:

NE


Relazione salita:

L1-L7 =

 

900 m, VI,VI+, IV, R3

N.D.A. utile martello per ribattere alcuni chiodi


Ripetizione del 06/08/2015

compagni: Filippo Crespi, Christian Farioli


Schizzo:

da: xxx | xxx | xxx Edizioni


Discesa:

  • per la normale al Badile, via normale Italiana per il rif, Gianetti 2534m
  • per lo Spigolo N

Note:

  • linea di gran classe e roccia magnifica. Una classica da affrontare ben allenati ed in cordate affiatate.

Cartina:

Carta Pizzo Badile 1 a 40 000 tracciato Cassin e ritorno

GPS:


Visualizza mappa ingrandita


Ritieni utile la mia relazione ?

Donazione 1€ per lo sviluppo del sito.

Gallery

 

Day 1

Day 2

Day 3

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *