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Sentiero Roma

Alpi Retiche occidentali, Val Masino


Escursione di:

Anna Dal Zotto, Anna Tusini, Elisa Sedoni, e Valeria Vola (dal 17 al 21 luglio 2022)


Storia

Una sorta di eremitaggio, da rifugio a rifugio, da valle a valle, nel cuore delle Alpi Retichecon queste parole si apre un lungo e curato approfondimento proprio sul Sentiero Roma ad opera di G. Miotti sul numero di Meridiani Montagne dedicato al Pizzo Badile.
Ma il Roma non è solo questo: con i suoi 54 km ed altitudini per lo più comprese tra i 2.500 e i 3.000 m, al cospetto delle maestose pareti del Pizzo Badile, del Cengalo e del Disgrazia, è annoverata tra le Alte Vie più belle d’Italia. L’altisonante nome con cui oggi lo conosciamo, fu assegnato nel ventennio fascista ad un percorso che in realtà già esisteva e collegava la Val Porcellizzo alla Valle di Preda Rossa. Nel 1928 questo attraversamento per lo più conosciuto da cacciatori, pastori e animali, fu tracciato e in qualche punto semplificato dai giovani della sezione CAI di Milano, ispirati dal nazionalistico invito a ‘conoscere le loro montagne per saperle difendere’. Fu solo successivamente che a tale percorso furono annessi prima il Sentiero Risari (che collega la Valle dell’Oro alla Val Porcelizzo) e poi il tratto che farebbe partire l’intero Sentiero da Novate Mezzola.  

A tal proposito, merita spendere qualche parola in più sul ruolo svolto proprio dalla Val Codera nella Resistenza al Fascismo. Questa storia si intreccia inestricabilmente con quella dello Scoutismo italiano. Con la presa del potere da parte del partito fascista, infatti, ci fu un iniziale tentativo di soffocare qualunque associazione giovanile non accettasse di uniformarsi o confluire nell’Opera Nazionale Balilla (ONB). E, se in un primo momento le organizzazioni scout riuscirono a preservare una qualche forma di autonomia grazie soprattutto all’intercessione da parte delle autorità ecclesiastiche, con l’avvento delle Leggi Fascistissime nel 1926 fu sancito lo scioglimento dei reparti scout nei centri con meno di 20.000 abitanti e l’obbligo da parte dei rimanenti ad uniformarsi all’ONB.

Come questi eventi si inseriscano nella storia del nostro racconto è presto detto: fu proprio la Val Codera (romanticamente definita ‘il paradiso perduto’) ad ospitare clandestinamente tra il 1941 e il 1942 i campi estivi di quelle che si fecero chiamare le Aquile Randagie: una ventina di ragazzi tra gli 11 e i 17 anni ispirati dai valori dello scoutismo e per lo più appartenenti alle sezioni scout di Milano e Monza. Tra questi, il più noto fu forse Andrea Ghetti (conosciuto ai più con il nome di Baden) che svolse un ruolo centrale nella nascita, a seguito dell’invasione tedesca, dell’O.S.C.A.R. (organizzazione per il soccorso, collocamento, assistenza ricercati) allo scopo di aiutare ebrei, renitenti alla leva e ricercati politici ad arrivare in Svizzera, proprio grazie alla conoscenza di queste montagne ed al sostegno e protezione da parte delle autorità ecclesiastiche locali. Sull’argomento è stato recentemente girato un film, Aquile Randagie (2019) appunto, ma uno degli aspetti che personalmente ho trovato più interessante è stato il dibattito interno in seno a questi gruppi scout sull’atteggiamento da assumere nei confronti delle ingiustizie politiche e sociali, ben consapevoli che un valore cardine dello scoutismo è l’obbedienza (“noi non spariamo, noi non uccidiamo… noi serviamo!“).

Per approfondimenti: film documentario “Il grande gioco – Cent’anni di scautismo” del regista Fabio Toncelli

Accesso/rientro:

Noi abbiamo preferito spostarci in treno per comodità (sia di provenienza sia legata al fatto che, essendo il giro ad anello, avremmo comunque dovuto servirci di mezzi per tornare alla macchina lasciata il primo giorno). Riportiamo il tragitto qualora potesse risultare utile ad altri (n.b. abbastanza laborioso il rientro: da quanto riferitoci, per poter anche solo attraversare con la macchina la strada che da San Martino arriva al parcheggio di piano Preda Rossa passando per il rif. Scotti, è necessario un lasciapassare a pagamento, in mancanza del quale l’unica possibilità è servirsi di taxi poichè il sistema di navette è stato recentemente eliminato).

Nostra partenza: 

  • Modena – Milano Centrale (treno)
  • Milano Centrale – Colico (treno)
  • Colico – Novate Mezzola (treno)

Nostro rientro:

  • Parcheggio piano Preda Rossa – rif. Scotti (autostop) 
  • Rif. Scotti – Morbegno (taxi) 
  • Morbegno – Colico (pullman sostitutivo) 
  • Colico – Milano Centrale (treno) 
  • Milano Centrale – Modena (treno) 

Variante iniziale:

E’ possibile accorciare il percorso se si hanno a disposizione solo 4 giorni, partendo da Bagni di Masino e risalendo per il rif. Omio (viceversa, questa può costituire una ‘via di fuga’ dopo il primo giorno in caso di inconvenienti di varia natura).


Variante finale:

Dal rif. Allievi è possibile rientrare direttamente al Preda Rossa (per quanto la tappa diventerebbe davvero lunga) oppure fermarsi al Ponti e, il giorno dopo, invece che scendere per il Preda Rossa percorrere un tratto dell’Alta Via della Valmalenco scendendo a Chiesa Valmalenco (960 m).


Acqua:

Soltanto il primo giorno sono presenti fontane lungo il tragitto (parcheggio Novate Mezzola, Codera, rif. Brasca).

Difficoltà:

Per quanto non sia un percorso alpinistico in senso stretto (i passi di arrampicata, per lo più II°, sono quasi sempre protetti), richiede un’ottima preparazione fisica per i dislivelli presenti in quasi tutte le tappe, un passo sicuro essendo il percorso spesso su lastre più o meno stabili di granito e dimestichezza con l’alta quota per le esposizioni e per la capacità di orientamento, specie in caso di scarsa visibilità (noi abbiamo trovato non intuitiva la segnaletica nel tratto dal rif. Brasca al Passo del Ligoncio).

Materiale:

Oltre a quanto previsto per un trekking di più giorni in un ambiente di ‘alta’ montagna, casco, imbrago e kit da ferrata possono essere utili (…necessari in caso di bagnato!) per affrontare più serenamente alcuni tratti attrezzati. Inoltre, consigliamo di contattare i rifugisti per conoscere esattamente le condizioni dell’innevamento e quindi valutare se portare ramponi.

Periodo:

Estate: per esigenze personali, abbiamo affrontato il cammino nel mese di luglio. Se in passato era fortemente raccomandato di evitare l’inizio stagione per l’entità e le condizioni dell’innevamento, ad oggi -ahimè- questo problema passa decisamente in secondo piano. Per la nostra esperienza il caldo e la reperibilità di acqua sono pesati ben di più che i problemi derivanti dalla poca neve rimasta, presente sul sentiero soltanto ai piedi della salita alla Bocchetta Roma, e facilmente aggirabile.


Tabella tappe:

TappaPartenzaArrivoDislivello
(m)
Sviluppo (km)Tempistiche
1Novate Mezzola (212 m)Rif. Brasca (1304 m)+1475/-40013.85h (con pause)
2Rif. Brasca (1304 m)Rif. Gianetti (2534 m)+2200/-1000 13.310.15h (con pause)
3Rif. Gianetti (2534 m)Rif. Allievi (2395 m)+700/-84012.67.45h (con pause)
4Rif. Allievi (2395 m)Rif. Ponti (2559 m)+1300/-114012.310h (con due pause lunghe)
5Rif. Ponti (2559 m)Piano di Preda Rossa (1955 m)-6006.51.40h
tot+5675/-398058.5

Descrizione tappe:

Quella che segue è la relazione per come l’abbiamo vissuta noi. Probabilmente non è completa ma è pensata come integrazione di una più ‘classica’ guida, come una di quelle citate nella Bibliografia.

Giorno 1 (Novate Mezzola – rif. Brasca):

Purtroppo il nostro programma prevedeva arrivo alla stazione di Novate Mezzola alle 13 circa e così abbiamo avuto il piacere di assaporare fin da subito il caldo assassino che, affezionatosi quasi subito, ci ha gentilmente accompagnato per i restanti cinque giorni. La stazione parte leggermente più a valle del parcheggio che si suole considerare l’inizio ufficiale del sentiero Roma. Lì è presente una fontana che consigliamo fortemente di sfruttare nella vana speranza di non morire di agonia nel risalire la scalinata che vi aspetta. Chi sopravvive a questa prima prova, verrà però ricompensato: dopo circa un’ora, il sentiero si fa più pianeggiante e la valle da scura e stretta che sembrava inizia ad aprirsi fino a regalare una visione quasi fiabesca: annunciata da un piccolo cimitero a valle del paese, entrerete nella magica Codera (825 m) che vi accoglierà quasi a scusarsi della fatica che vi ha costretto a fare per accedere alla sua presenza, con una fontana di acqua fresca a pochi metri dal rif. La Locanda. Per chi non lo sapesse, Codera è un borgo con meno di dieci abitanti, al quale si può accedere soltanto a piedi o in elicottero. Sono presenti diversi punti di ristoro e la pace che si respira attraversandola è unica. Lasciato alle spalle l’abitato, il sentiero continua agevolmente in falsopiano. Superato un torrente, si incontrano una serie di baite in legno (tra cui il rif. Bresciadega, 1212 m). Si continua di buon passo e, dopo aver incontrato un ponticello, si dovrebbe in poco tempo intravedere finalmente il rif. Brasca (1304 m). Dal rifugio si gode di uno splendido e rasserenante paesaggio, dominato dalle caratteristiche cascate dall’Arnasca. Segnaliamo la provvidenziale presenza di una fontana, purtroppo l’ultima incontrata lungo il percorso. 

Vedi note storiche relative alla Val Codera e alle Aquile Randagie.

Total distance: 13799 m
Max elevation: 1302 m
Min elevation: 215 m
Total climbing: 2013 m
Total descent: -927 m
Total time: 05:56:24
Download file: ROMA-day1_activity_9245306024.gpx

Giorno 2 (rif. Brasca – rif. Gianetti):

Su suggerimento del rifugista del Brasca (in realtà permane il fortissimo sospetto la sua fosse una mal celata sfida) e mosse da un patriottismo che ha stupito persino noi, abbiamo seguito le orme di un gruppetto di ragazze francesi alla volta del Passo del Ligoncio.
Questo non sarebbe il modo più semplice per raggiungere il rif. Gianetti, tant’è che nella nostra guida questa variante non era neanche citata. Ma l’idea di spararci 2.000 metri di dislivello stuzzicava il nostro orgoglio…e poi se le francesi lo fanno mica possiamo tirarci indietro noi! Così si parte verso le 7.30 e si risale il boschetto che in parte nasconde le cascate che vedevamo dal rifugio. La salita è condita di umidità e un caldo poco consono alle prime ore del mattino ma ormai ci siamo rassegnate all’antifona. Finalmente la vegetazione lascia il posto ad una idillica vallata punteggiata qua e là da animali al pascolo e al centro svetta uno squadrato masso erratico che dalle finestre del rifugio già avevamo intravisto la sera precedente. In breve incontriamo sulla nostra sinistra, viso a monte, il bivacco Valli (1900 m). Continuiamo a salire seguendo i bolli rossi fino a quando, come ci aveva segnalato il rifugista, il sentiero devia nettamente a sinistra facendoci compiere un lungo e abbastanza tribolato traverso. Da questo punto in poi, infatti, la vegetazione tenderà a coprire i bolli rossi che segnano il sentiero e questi stessi bolli saranno presenti in quantità decisamente più esigua (ripensandoci forse il problema non è tanto che siano pochi, quanto che sono tracciati più per facilitare chi sta scendendo che chi sta cercando di salire). Così tra una caduta dentro una tana di marmotta e l’altra, in fila dietro la nostra stoica capo-gruppo (a sua volta prossima ad un più che giustificato esaurimento nervoso) seguiamo il traverso prima e poi riprendiamo a salire. Superiamo le francesi, missione compiuta (… per la verità, erano ragazze pure simpatiche!). Ci perdiamo nuovamente cercando di risalire un canalino detritico, un bollo poco più a destra ci ridona la speranza di essere sulla retta via. Seguiamo le tracce che ci portano alla base della parete sinistra di uno sperone roccioso che delimita il lato destro di un imponente canale detritico. Si risale questa paretina con qualche passo di arrampicata facilitato dalla presenza di catene (attenzione: la prima catena non è più vincolata alla parete nella sua estremità a valle).
A posteriori, data l’esposizione, questo è stato probabilmente il tratto in cui più aveva senso mettere il casco (ed indossare l’eventuale kit da ferrata).

Total distance: 13301 m
Max elevation: 2583 m
Min elevation: 1291 m
Total climbing: 2791 m
Total descent: -1551 m
Total time: 10:57:31
Download file: ROMA-day2_activity_9245324091.gpx

Giorno 3 (rif. Gianetti – rif. Allievi-Bonacossa):

Non sapevamo bene cosa aspettarci da questa tappa: da una parte, il dislivello almeno per questa giornata sarebbe dovuto essere ben inferiore a quello delle precedenti (comunque noi non ci abbiamo mai creduto a quei +500!), dall’altro la guida parlava del tratto in discesa dal Passo del Camerozzo come del tratto ‘più impegnativo di tutto il Sentiero Roma’. Quindi, pur con le nostre perplessità, ci siamo messe in cammino.

Il tratto iniziale porta verso est passando ai piedi del cosiddetto spigolo Vinci (ossia, lo spigolo sud del Cengalo) su di un comodo e panoramico sentiero in falsopiano costellato da qualche saliscendi. 

Si arriva così alla base della salita che porta al passo in questione (nonchè il primo dei tre che ci separano dal rif. Allievi): più o meno in corrispondenza dei primi tratti attrezzati abbiamo preferito ‘legarci’ con imbrago e kit ferrata, un po’ intimorite dalla descrizione letta la sera prima. Si sale così in sicurezza fino al passo (2765 m): dietro di noi la Val Porcellizzo, davanti si apre la Val del Ferro. Si scende seguendo le catene. Con roccia asciutta e discreta visibilità, noi abbiamo trovato questo tratto decisamente meno impegnativo ed esposto di quello affrontato il secondo giorno per salire al Passo del Ligoncio. 

Quando il sentiero perde pendenza, ci si ritrova nuovamente su un sentiero in falsopiano (questa volta però su sfasciumi di granito) che si percorre ignorando la deviazione che porterebbe al biv. Molteni-Valsecchi (2510 m) fino ad arrivare senza particolari difficoltà al secondo passo: quello del Qualido (2647 m).   

Tanto per cambiare, si scende di nuovo facendo attenzione a qualche tratto un pochino più esposto ma attrezzato, per poi attraversare senza perdere quota la Val Qualido (caratteristico camminamento su lastroni di granito in alcuni punti protetti con assi di ferro per evitare di scivolare direttamente al parcheggio) fino ai piedi della terza e ultima salita: quella che porterà al Passo dell’Averta (2540 m) con qualche tratto ancora attrezzato. Oltrepassato un peculiare intaglio roccioso, ci si affaccia sulla Val di Zocca e si intravede finalmente il rif. Allievi-Bonacossa (2395 m). La discesa non richiede particolari attenzioni ed è ben segnata, nel dubbio due di noi sono comunque riuscite a perdersi a dieci minuti dall’arrivo. 

In definitiva, il dislivello è un po’ superiore a quello descritto sulla guida, però è il giorno in cui si arriva in rifugio prima e, acqua consentendo, ci si può permettere il lusso di dare una rinfrescata a qualche calza/mutanda/maglietta.

Total distance: 12559 m
Max elevation: 2717 m
Min elevation: 2291 m
Total climbing: 1505 m
Total descent: -1676 m
Total time: 07:47:52
Download file: ROMA-day3_activity_9245341196.gpx

Giorno 4 (rif. Allievi-Bonacossa – rif. Ponti):

Una diagonale in salita non particolarmente faticosa conduce al Passo del Torrone (2518 m) da cui si scende non altrettanto agilmente lungo un canale sassoso (R.I.P. caviglia destra Anna J). 

Si attraversa la Val Torrone passando sotto pareti rocciose di cui assolutamente ignoravamo i nomi ma che adesso sappiamo essere quelle del Picco Luigi Amedeo, del Torrone Occidentale e della Punta Ferrario. Si passa in prossimità del bivacco Manzi-Pirotta (2538 m) per poi affrontare la morena del ghiacciaio del Cameraccio. Noi non abbiamo incontrato ghiaccio ma il percorso, pur di una bellezza quasi lunare, rimane abbastanza faticoso perchè prima su sfasciumi poi in salita seguendo i cavi attrezzati. Sventato il colpo di calore, ci si apre uno spettacolo che davvero merita tutta quella pena (Passo del Cameraccio, 2950 m): un terrazzo roccioso decorato con ‘ometti’ più o meno fantasiosi oltre i quali si staglia il Disgrazia. 

Non era nei nostri programmi ma alla fine ci siamo fermate parecchio a contemplare la bellezza di quel quadro e solo una volta trovata la forza per proseguire, ci siamo incamminate sulla via di discesa seguendo un po’ a ‘naso’ i bolli rossi. Ignorata sia la deviazione verso destra che avrebbe portato in Val di Mello (eventuale via di fuga) sia quella successiva a sinistra che avrebbe condotto al passo di Mello, si prosegue godendo di scorci che secondo noi nulla hanno da invidiare alla più osannata Valle del Torrone fino ad incontrare il bivacco Kima (2700 m). A dispetto del nome, si tratta di una struttura in muratura discretamente grande e dall’interno decisamente accogliente, con tanto di tavolo e piccola postazione cucina. Interessante il nome che porta e per cui rimandiamo alle note storiche ad inizio pagina. Questa era la tappa designata per il meritato pranzo, consumato guardandoci attorno e cercando di capire dove ci avrebbe portate l’ultima salita dell’intero Sentiero Roma, quella che conduce alla Bocchetta Roma. 

Cogliamo questo provvidenziale break per leggiucchiare qualcosa a proposito di questo Kima, che ci incuriosisce. Scopriamo così trattarsi del nomigliolo affibbiato a Pierangelo Marchetti, una guida alpina e soccorritore della zona che tanto si adoperò per la manutenzione del Sentiero fino ad organizzare una gara di corsa (‘la gara più spettacolare del mondo’ si sbilancia Kilian Jornet, vincitore dell’edizione 2018) che, alla sua morte nel 1994 nel corso di un’operazione di soccorso, prenderà proprio il nome di ‘Trofeo Kima’. Un evento attualmente biennale che raccoglie i più forti sky runner nazionali ed internazionali a sfidarsi sui suoi 52 km e 8.400 metri di dislivello complessivi. 

Le nostre supposizioni circa quale fosse questo benedetto passo hanno trovato conferma soltanto una volta rimesseci in cammino. Come prospettato dalla nostra guida, si scende costeggiando il bordo della morena per poi deviare a sinistra nei pressi dei resti di un laghetto. Si intravedono ora tracce che risalgono in mezza costa verso destra in direzione del Passo, ora visibile. Dalla nostra prospettiva non sembrava particolarmente facile la salita, ma mute e rassegnate siamo ripartite. In realtà il sentiero nel suo tratto iniziale non è faticoso e conduce a degli sfasciumi soltanto in piccolissima parte ricoperti da quello che doveva essere un Signor nevaio. La presenza di una corda sulla parte innevata ci ha inizialmente tratte in tentazione ma, non avendo portato i ramponi su consiglio dei rifugisiti preventivamente contattati che ci avevano rassicurato sulla quasi assenza di neve, abbiamo preferito affrontare la salita subito a destra del nevaio (viso a monte) su una pietraia che alla fine si è dimostrata più stabile sia della neve a sinistra che del terreno detritico estremamente friabile a destra. Calibrando bene i movimenti e la traccia da percorrere, siamo quindi arrivate all’inizio del tratto attrezzato che porta con qualche facile passo di arrampicata alla nostra agognatissima meta: Bocchetta Roma (2898 m). Come ci era stato fatto notare dalla guida utilizzata, si passa dal grigio scuro del granito lasciato alle nostre spalle al verde del serpentino e al ramato delle pareti che si stagliano davanti a noi. A farne ancora una volta da principe, il nostro Disgrazia che con fare un po’ altezzoso, si cela parzialmente alla nostra vista nascondendosi dietro le sue fidate nubi. La discesa conduce verso destra tra lastroni di roccia e seguendo fiduciosi i bolli rossi porta senza grosse fatiche al rif. Ponti (2559 m).

Total distance: 12360 m
Max elevation: 2983 m
Min elevation: 2279 m
Total climbing: 1650 m
Total descent: -1475 m
Total time: 09:49:33
Download file: ROMA-day4_activity_9245359470.gpx

Giorno 5 (rif. Ponti – piano di Preda Rossa):

Breve tappa (…sì ma non quanto cercherà di convincervi la rifugista!) senza difficoltà particolari: si segue il sentiero ben tracciato che scende lungo la Valle di Preda Rossa. Dopo tanti giorni al cospetto di così imponenti pareti rocciose, lo sguardo si addolcisce abbracciando la visione di pascoli, prati e corsi d’acqua.

L’idillio si interrompe bruscamente al parcheggio di Preda Rossa, da qui se non si ha la macchina si può scegliere se scendere a piedi lungo la strada asfaltata che passa per il rifugio Scotti oppure arrivarci tramite sentiero nel bosco. Quest’ultima sarebbe la soluzione più veloce ma sfidando la sorte e nella speranza di riuscire a scroccare un passaggio in macchina noi abbiamo optato per l’asfalto. Spoiler: questo atto di fede è stato ricompensato! In favore del sant’uomo che ci ha caricate, segnaliamo la presenza del suo piccolo punto vendita di prodotti caseari, pochi tornanti sotto al rif. Scotti.

Total distance: 6533 m
Max elevation: 2555 m
Min elevation: 1762 m
Total climbing: 168 m
Total descent: -959 m
Total time: 02:04:56
Download file: ROMA-day5_activity_9245369467.gpx

Bibliografia


Cartografia


Ringraziamenti

Sulle orme di una leggendaria combriccola, che spero possa rivivere questa loro piccola grande impresa nelle parole e con le foto di una altrettanto scombinata banda di amiche (di quelle amicizie che lega la Montagna, credo loro sappiano cosa intendo…). Un pensiero ed un caro saluto (nella speranza un giorno di conoscerli di persona) a Fausto, Marco, Antonello ed al buon vecchio Andrea, che ci ha sempre incoraggiate (non solo a parole!) nelle nostre avventure ad alta quota.

Questo racconto è stato possibile grazie alla spremitura di meningi di tre menti sopraffine: quelle delle mie (troppo atletiche ma le perdono) compagne di cammino, cui dedico il più sincero ringraziamento: all’Elli, che anche questa volta ha accettato il silenzioso invito a guidarci lungo il sentiero senza mai perdere il sorriso e la calma, all’Anna DZ, che a sua detta non fa allenamento durante gli altri 11 mesi all’anno ma che poi si spara mille metri di dislivello riuscendo comunque a parlare senza perdere il fiato e portando sulle spalle uno strumento di tortura che lei sostiene essere uno zaino (…non è che dentro quei cosi che ti spari nel naso alla mattina c’è qualche sostanza dopante???) e alla new-entry ValeVola, una scoperta tanto alle alte quanto alle basse quote e che, nonostante la sua provenienza geografica, ci tocca ammettere essere ‘una di noi’. Non è per nulla scontato trovare un gruppo così affiatato non solo ‘atleticamente’ ma anche, e soprattutto, per le cose che contano davvero.   

Barbacan, che Disgrazia!
Kima-i direbbe che ci voglia un Badile per costruire Ponti?
Allievi, venite!
Brasca fare i Porcellizzo, è una cosa Qualida.
È una sovente Bonacossa seguire le Aquile Randage sul variabile Ligoncio
con mamma Gattona e Mimmo Gianetti, lo spacciatore di bisciole.

(Anna DZ, Anna T, Elli, Vale)


Cartina:

Elaborazione grafica tratta da Meridiani Montagne n°19

Meteo:


Gallery

Giorno 1: Novate Mezzola – rif. Brasca

Giorno 2: Rif. Brasca – rif. Gianetti

Giorno 3: Rif. Gianetti – rif. Allievi

Giorno 4: Rif. Allievi – rif. Ponti

Giorno 5: Rif. Ponti – piano Preda Rossa

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normale Cimon della Pala

Cimon della Pala, 3184 m
gruppo Pale di San Martino, Dolomiti Occidentali (TN)


Un po’ di storia:

Pur spettando all’adiacente Cima Vazzana con i suoi 3192 metri il primato di vetta più alta del gruppo delle Pale di San Martino, innegabilmente il Cimon della Pala risulta la più iconica, tanto per il suo profilo così spesso fotografato dalla frequentatissima Baita Segantini in Val Venegia, quanto per il suo versante sud-ovest con cui domina il vicino abitato di San Martino di Castrozza.


La sua fama, persino oltre Alpe, si fa emblematicamente risalire a metà circa dell’Ottocento quando gli inglesi Josiah Gilbert e George Cheetham Churchill, rapiti dall’eleganza del suo profilo roccioso raffigurato in un quadro appeso all’interno di una locanda, decisero di recarvisi di persona. Solo pochi anni dopo, nel 1868, fu un altro straniero, il naturalista e alpinista francese John Ball, ad affidarle l’appellativo che la rende tuttora celebre: quello di ‘Cervino delle Dolomiti’.


Risale ad un anno dopo, il 1869, il primo tentativo noto di conquistarne la vetta: l’austriaco Paul Grohmann tentò la salita partendo dallo spallone detritico che parte in prossimità dell’attuale bivacco Fiamme Gialle, ma fu ben presto costretto alla ritirata, fermandosi alla vicina torre che oggi ne prende il nome.


Si deve invece all’inglese Edward Robson Whitwell, alle guide Santo Siorpaes e Christian Lauener il primo effettivo raggiungimento della vetta. Era il 1870 e dopo un primo tentativo fallimentare seguendo il tracciato di Grohmann, il britannico ritenta solo pochi giorni dopo legandosi alla guida svizzera e quella ampezzana, ma soprattutto affrontando la salita dal più impervio versante nord, dove sorge il ghiacciaio del Travignolo.


Nonostante negli anni seguenti tale via fu ripetuta diverse volte, venne poi progressivamente abbandonata a partire dal 1889, quando fu battuta la linea dell’attuale via normale sul versante sud-est ad opera di Ludwig Darmstädter, Johann Niederwieser (detto Stabeler) e Luigi Bernard. Essi riuscirono a superare la torre in cui sia Grohmann che Whitwell e Tuckett si fermarono, aggirandola grazie ad una esposta cengia

Consiglio di leggere più estesamente il resoconto della prima ascensione da parte di Whitwell consultando il seguente documento (pag 75-79):

Per maggiori informazioni o curiosità sulla storia (o meglio, le storie!) che aleggiano attorno a questa celebre montagna clicca questo link

Apritori:

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Difficoltà:

Obbligatorio:

,

Sviluppo:

Quota:

Esposizione:

Ubicazione:

,

Tipo terreno:

, ,

Bellezza:



Descrizione

Salita tecnicamente semplice (max III+), specie ora che le soste sono state attrezzate con resinati, anelli di calate e numerosi bolli rossi che sommati alle nuove protezioni segnano la via di salita, con la conseguenza forse di averla almeno in parte banalizzata (nel 2006 solo alcuni chiodi).
Si è comunque immersi in un ambiente maestosamente severo ed aperto che richiede passo sicuro e confidenza, specie nei tratti in cui non si procede assicurati.


Accesso:

Parcheggio presso gli impianti di Col Verde a San Martino di Castrozza:

  • P2 pubblico (appena sotto ma meno frequentato e spesso disponibile):

Avvicinamento:

La prima possibilità – quella da noi percorsa – è di salire da San Martino di Castrozza al Rif. Rosetta ‘Pedrotti’ (2581 m) mediante gli impianti di Col Verde (cabinovia prima e funivia successivamente).
Si raggiunge in questo modo l’altopiano del Rosetta e da qui, percorrendo il sentiero n. 701, in pochi minuti si arriva all’omonimo rifugio.

Dal rifugio, seguendo il sentiero n. 716, si raggiunge facilmente il Passo Bettega (2667 m), per poi continuare sullo stesso sentiero in discesa fino ad entrare nella solitaria Val dei Cantoni. La si percorre in salita seguendo ometti e bolli rossi con qualche breve tratto attrezzato e superando possibili depositi nevosi (a settembre 2021 erano pochi e facilmente superabile ma specie ad inizio stagione potrebbero essere di entità più considerevole e non così facilmente aggirabili senza un’attrezzatura congrua).

Continuando a salire, nella seconda metà più faticosamente, si può apprezzare sulla destra l’elegante spigolo sud del Nuvolo, su cui sale l’elegante via Scalet. Poco prima di arrivare al Passo del Travignolo (2925 m), si stacca sulla sx una traccia (anch’essa segnata da ometti e bolli rossi) che conduce sullo spallone roccioso oltre il quale finalmente si apre la conca dov’è situato il bivacco Fiamme Gialle (3005 m).

L’alternativa, probabilmente più lunga e faticosa, consiste nel salire al bivacco Fiamme Gialle percorrendo la via ferrata Bolver-Lugli (circa 3/3.30 h).


Foto tracciato:

Schizzo salita:


Relazione salita:

Volgendo le spalle al bivacco, viso a valle, seguire una traccia che stacca verso dx (non quella che sale dietro al bivacco) e attraversa uno spallone detritico a mezza costa.
Salendo verso l’estremità sx di questo pendio, con passi di facile arrampicata si seguono gli ometti fino ad intravedere due forcelle: ignorare quella più evidente a ‘U’ sulla sx e dirigersi verso quella di dx segnata appena dopo con un bollo rosso.

Valutare se legarsi: scendendo dalla forcella, si attraversa verso sx viso a monte fino a raggiungere un’evidente grotta* (bollo rosso con un resinato), al termine della quale si esce non proprio agilmente attraverso uno stretto foro che prende il nome di Bus del Gat.

Una volta rialzati in piedi, si percorre una cengia che conduce ad un canale abbastanza friabile e con possibili depositi di neve.

Lo si risale aiutandosi con la paretina rocciosa di dx, sulla quale poi ci si sposta in corrispondenza di un bollo rosso.

Seguendo un’esile traccia si attraversa la parte terminale del canalino orizzontalmente puntando all’attacco del tratto attrezzato.

Lo si percorre fino ad una sosta attrezzata alla base di un caratteristico diedro, che rappresenta le prime vere difficoltà.

*si può evitare il caratteristico passaggio, aggirando la grotta esternamente (III non verificato).


Descrizione tiri:

L1 = III, 10 m:

Salire con passo atletico il diedro-camino (1 resinato). Appena sopra, le difficoltà calano e spostandosi sulla parete sx (1 resinato) si raggiunge in breve la sosta (catena resinata con bollo rosso).

L2 = III+, 30 m:

Portarsi a dx e rimontare lo spigolo sx dell’evidente diedro su ottima roccia appigliata. Inizialmente verticale, in breve le difficoltà calano fino a raggiungere la sosta (nuova catena resinata e vecchio fittone con chiodi e cordini). Questo caratteristico tiro prende il nome di Mulèt.

L3 = II, 15 m:

Salire verso l’evidente forcella tra la vetta e la torre Grohmann, sosta sulla sx (anello cementato).

Da S3 si può procedere in conserva protetta ottimamente da numerosi resinati, seguendo i bolli rossi che quasi sempre si mantengono sulla dx del filo di cresta. Si incontrano alcune soste (da utilizzarsi poi per le calate) fino a scendere ad un’ultima terrosa forcella, superata la quale si raggiunge la croce di vetta (anticima). La vera e propria cima si trova più avanti, ma il tratto da percorrere per raggiungerla non è agevole a causa di una roccia piuttosto friabile.


Discesa:

Si procede a ritroso in conserva protetta fino all’anello di calata di S4 (in cresta sopra la forcella tra le due torri).
Da qui in corda doppia ci si cala:

  1. S4 -> S2 (20 m)
  2. S2 -> S0 (30 m)*
  3. S0 -> forcella dove parte il cavo metallico (30 m)
  4. Fittone rosso sulla forcella -> canalino friabile prima del Bus del Gat (30 m, facoltativa)

*Per la 2° calata (almeno per come qui descritta e percorsa), bisogna scendere verticalmente sotto S2, mirando al centro dell’evidente diedro, in modo da così escludere una ulteriore sosta situata su S1 che si lascia sulla sx viso a monte (nulla vieta di servirsi anche di questa sosta suddividendo la seconda calata in due brevi calate).

La 3° e 4° calata non sarebbero necessarie ma possono risultare comode e veloci. Sono tutte attrezzate con anelli di calata e fattibili con una sola mezza.

Dalla fine delle doppie si attraversa nuovamente il Bus del Gat, questa volta in discesa, e si ripercorre a ritroso il sentiero di andata fino al bivacco Fiamme Gialle.

Dalla cima al bivacco: 1÷1.30 h.

Da qui si aprono le seguenti possibilità:

1. Percorrere la Valle dei Cantoni

per poi risalire al Passo Bettega (1.30 h dal bivacco). Si scende sul versante opposto del passo, continuando inizialmente a seguire il sentiero n.716 fino ad un bivio:

1A. prendendo la sinistra (spalle a monte) si segue il sentiero n.716 che risale all’altopiano e porta agli impianti del Rosetta che chiudono alle 17.00. Come per la salita ma a ritroso: funivia e bidonvia fino a San Martino di Castrozza.

1B. si supera il bivio continuando a scendere. Ci si trova a percorrere una traccia segnata con ometti e qualche segno rosso abbastanza verticale su gradoni rocciosi.
Prima ci si porta sulla sinistra orografica di un canalone poi si traversa sulla destra (tratto attrezzato non mantenuto) fino a ricongiungersi al sentiero n.701, qualche centinaio di metri prima dell’arrivo della cabinovia di Col Verde (1965 m).
Da qui, si scende più dolcemente a San Martino di Castrozza seguendo le piste da sci oppure il percorso del Rosetta Verticale Trail Run (più veloce seppur più verticale).
Dal passo Bettega al parcheggio 2.30 h.

Tot: 4÷5 h

2. Scendere per la ferrata Bolver-Lugli

(sconsigliato scendere negli orari di maggiore frequentazione)


Note:

  • Pasticceria consigliata per la colazione: Pasticceria Lucian a Mezzano (TN)
  • Basterebbe una ‘mezza’ da 60 m (anche per le calate), noi abbiamo preferito portarne due per maggiore sicurezza
  • Nonostante l’arrampicata sia facile, può fare comodo portarsi dietro oltre alle scarpe da avvicinamento anche le ‘scarpette’ soprattutto per risalire i primi metri di L1
  • Il Bus del Gat regala finalmente qualche soddisfazione a chi non supera il metro e cinquantacinque di altezza…e mi sento di dire che era poi anche ora!

Cartina consigliata:

Tabacco 022 – Pale di San Martino

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