
MONTE BIANCO 2003
Una emozione unica condivisa con 2 amici di vetta ed anche di pianura:
Umberto e Marco.
A seguire una precisa, puntuale nonchè
corretta descrizione (vista la natura professionale dell'autore che è prof. di
Italiano):
Monte Bianco 4807 m.
(Umberto, Nicola, Marco. 2-3-4 ago. 2003)
PRIMA DELLA PARTENZA.
E' come pensare a un autore smisurato,
Proust oppure a una cattedrale: una presenza immensa di fronte alla quale
l'individuo di passaggio scompare, e solo più tardi, con fatica, sarà in grado
di recuperare il volume irrisorio che gli è stato assegnato. Il Monte Bianco è
anche questo.Può accadere che si mostri molto docile, com'è successo quando è
venuto anche il nostro momento di metterci alla prova inerpicandoci sulla sua
enorme struttura di granito e ghiaccio. Allora è come un essere gigantesco
marrone e bianco accovacciato sulla superficie della terra, che per qualche
momento si mostri benevolo con le piccole figure lente e nere che si spostano
sui suoi vasti fianchi per raggiungere passo dopo passo la vetta conficcata nel
cielo; ma, lo sappiamo bene, sempre pronto a scrollarsele di dosso quando,
stanco di loro o per capriccio, scatena improvvisamente venti impetuosi o
violente bufere.
L'ASCESA.
(Primo giorno).
La via normale francese. La più facile: per chi ha l'intenzione di raggiungere
il luogo più alto d'Europa, percorrerla significa garantirsi qualche possibilità
in più di farcela. E' risaputo comunque che il Monte Bianco, all'interno della
sua vastità, nasconde percorsi assai più stupefacenti per la bellezza
straordinaria che assumono le forme della roccia e del ghiaccio. Da St. Gervais
si sale su un piccolo treno a cremagliera che termina il suo viaggio al Nid
d'Aigle (2372 m), accanto a una lunga colata di ghiaccio e morene simile a
lava solidificata, che fino a non molto tempo fa doveva scivolare a quote assai
più basse. Qui si prende il sentiero che porta al rifugio Tête Rousse,
percorso da stambecchi che salgono e scendono
indifferenti al passaggio accanto a loro degli uomini piegati sotto gli enormi
zaini e le matasse di corde. Il Tête Rousse (3167 m) sorge accanto a un largo
rigonfiamento di ghiaccio, una specie di onda bloccata nella sua spinta verso
l'alto che, almeno fino a sera quando il gelo non immobilizza ogni cosa, è
attraversata da rivoli impetuosi che costituiscono da lì in poi la sola fonte di
acqua corrente (va ricordato che da quelle parti per una bottiglia si pagano 4,5
euro). Alla destra del rifugio, al di là di un enorme baratro coperto da una
distesa di ghiaccio devastato da profondi crepacci, la vista è chiusa dalla
parete vertiginosa dell'Aig. De Bionnassey. Ad una valutazione
successiva, il Tête Rousse risulta meno confortevole, per gli ambienti bui e
angusti e per la scarsezza conventuale dei pasti offerti, dell'assai più
famigerato Goûter (il più alto rifugio custodito di Francia), che spunta
perpendicolare 700 m al di sopra del primo. Nel frattempo, lunghe scariche di
ghiaccio e terriccio dal Gl. De Bionnassey e di enormi pietre rotolanti (rolling
stones) che precipitano impazzite come in un bowling verticale dall'alto del
Grand Couloir (soprannominato "la roulette russa" essendone inevitabile il
temuto passaggio per poter salire verso la cima), formano uno spettacolo
replicato a brevi distanze di tempo, al punto che per la sua frequenza cessa di
sorprendere dopo non molto gli alpinisti che si radunano nei dintorni del Tête
Rousse.
(Secondo giorno).
Per raggiungere il rifugio Goûter (3863 m) si deve compiere, come paventato, un
veloce e guardingo attraversamento trasversale di 70 m del Grand Couloir, sempre
instabile e pronto a rovesciare su chiunque tonnellate di detriti e massi. A
questo passaggio segue un'arrampicata, con tratti di II grado, della roccia ora
completamente scoperta per il gran caldo che costituisce il contrafforte ovest
dell'Aig. du Goûter, terminata la quale si approda ai piedi di un immenso
paesaggio di ghiaccio che si eleva fino a raggiungere i 4807 m di quota. E' su
questo granito, sul quale appoggia il rifugio Goûter proprio nel punto in cui
la roccia si trasforma improvvisamente in uno spessore bianco, che si comincia
a sperimentare l'odore che a quota 3500 circa diviene caratteristico di questi
luoghi: intendo dire l'odore del piscio e degli escrementi spalmati in ogni
nicchia o sporgenza, e fermentati a dovere sotto il sole implacabile. Ovunque.
Proprio per questa ragione capita non di rado di non sapere dove appoggiare le
mani per far leva durante l'arrampicata. Questa curiosa singolarità
dell'ambiente si accentua com'è naturale in prossimità del Goûter; ma anche
oltre, poco più in alto, presso una sella di ghiaccio punteggiata da un
pittoresco insieme di tende colorate che danno al luogo un aspetto
innegabilmente himalayano, dove però le deiezioni, i residui fisiologici e
quelli ancora di parecchie vomitate (segno certo di malesseri legati al
cosiddetto mal di montagna) sono ornati in questo caso di cartacce, lattine,
scatolette arrugginite, bottiglioni PET da un litro e mezzo (anche di Coca Cola)
abbandonati sul ghiaccio calpestato e di colore scuro.E' ormai notte. Il rifugio
Goûter, che già dal primo pomeriggio brulicava della miriade di alpinisti
formicolanti giunti da ogni dove fin lassù come noi - tuttavia con una
prevalenza di catalani e di polacchi (pochissimi gli italiani) - si è andato se
possibile riempiendo sempre più di uomini comparsi dal buio e dal silenzio della
notte alpina. Così tutti i tavoli e il rettangolo di pavimento sotto i tavoli,
le panche, le sedie accostate a due a due, i gradini delle scale, gli angoli dei
muri, le soglie delle porte, infine l'ingresso davanti al rifugio a poco a poco
sono stati trasformati in giacigli di ripiego in attesa di compiere lo sforzo
definitivo di lì a qualche ora.

(Terzo giorno).
Non molto più tardi infatti, dopo aver conquistato il vassoio fumante di una
colazione piuttosto avara contesa fra decine e decine di braccia spasmodiche, si
è cominciata a snodare verso l'alto la fila dei lumini frontali, simili prima a
lucciole tremolanti nell'oscurità poi a una successione sempre più ordinata di
piccoli lampioni che a poco a poco, nella quiete notturna che avvolgeva ogni
cosa, si è distesa fino a disegnare una sola linea irregolare fra il rifugio e
la punta del monte.Lasciato alle nostre spalle il bivacco noto come Capanna
Vallot (4362 m), l'aurora perlata ha cominciato a svelare i profili obliqui e
verticali delle creste intorno a noi e le ferite degli innumerevoli crepacci,
spingendo nello stesso tempo una brezza leggera che per la prima volta ha
cominciato a fasciare di freddo i nostri corpi. Poco più in alto ci si è trovati
a superare uno dei punti più impegnativi del percorso, una larga e profonda
fenditura nel bianco che al ritorno, essendo priva di ponticelli di ghiaccio, è
stato necessario oltrepassare con un salto deciso a piè pari (essendoci
divertiti, poiché ormai ne avevamo il tempo, a compiere questo balzo dopo aver
indugiato parecchio su di una elaborata ma impeccabile manovra di sicurezza con
i chiodi da ghiaccio, tale circostanza ha dato modo di venire in aiuto a
un'eterogenea comitiva di spagnoli che stava salendo con il sole già molto alto,
guidata da un signore piuttosto anziano e dalla quale sono spuntati anche dei
bambini dal passo incerto).Ancora un po' di pazienza, ed eccoci anche noi
finalmente in cima. Già da parecchio tempo sapevamo che ce l'avremmo fatta,
anzi, che in un certo senso eravamo costretti a farcela: il bel tempo
infatti ci spingeva. La circostanza era eccezionale. L'immobilità dell'aria e il
calore che in assenza di nuvole il sole aveva cominciato ad irradiare generoso
su ogni cosa fino all'orizzonte, avrebbero consentito di stendere sul ghiaccio
addirittura una tovaglia per un pic-nic come fossimo stati sul nostro Appennino.
Sotto comunque era il vuoto di un'altezza vertiginosa, tutt'intorno il grigio e
il verde netti delle lontananze più profonde. La mole dell'Aig. du Midi, laggiù
in basso, ricordava un'architettura futuristica degna di figurare nel film
Metropolis, ma minuscola e come osservata attraverso un cannocchiale
capovolto. I catalani accanto a noi si muovevano entusiasti, avvolti in
una tela rossa e gialla di cui sembravano molto orgogliosi e che li distingueva
nella piccola folla che si era radunata sull'arco di ghiaccio della punta. Un
ragazzo indossava dal rifugio, sopra l'armamentario alpinistico, una maglietta
nera su cui risaltava una scritta rossa: no guerra. Il momento
indubbiamente aveva una sua solennità. Un tale invece si sta facendo
fotografare dopo aver sciorinato, a braccia distese, il tricolore che
costituisce la nostra riconoscibilissima bandiera. Osservando la scena con
maggiore attenzione, ci accorgiamo che si tratta dell'on. Gianni Alemanno, il
ministro delle Politiche Agricole. Proprio lui, il ministro alpinista!
Accompagnato da una guida di Courmayeur che singolarmente si esprime con un
incomparabile accento romanesco. Ci stringiamo le mani, abbozziamo con loro una
conversazione fra cinque conquistatori di vette. Ci si dà del tu, in alto si
mettono da parte le differenze. Tuttavia, quando viene a sapere che entro sera
ritorneremo a casa nel cuore della nostra Emilia, Gianni increspa le labbra
accennando a una smorfia appena trattenuta. Questo incontro insolito va ad
aggiungersi nell'album disordinato delle belle immagini che portiamo giù a valle
dentro di noi e che la memoria conserva.
DOPO.
Si ripensa
all'impresa compiuta, si valuta ciò che si è fatto, ci si racconta rievocandole
le cose viste insieme. E si fanno i conti. La montagna è un luogo per eccellenza
democratico, aperto a chiunque, o almeno a chi sappia affrontarne le difficoltà
crescenti. Tuttavia essa ha un prezzo: è lontana, e poi richiede di essere
adeguatamente attrezzati. Così ci si divide le spese.
Autostrada+carburante; Tunnel del Monte Bianco; petit
train du glacier; 1° e 2° pernottamento+cena; spese voluttuarie (una
frittata+una birra+una bottiglia di acqua minerale=42 euro).
Tot. 450 euro.
Diviso tre = 150 euro a testa, per un'esperienza che sarà indimenticabile.
Marco
Bulgarelli
Foto: Nicola B. e Marco B.