Una notte sul campanile
Può succedere che
la meta di un viaggio divenga il pretesto per vivere un’esperienza senza la
quale non si sarebbe svolta. Come può succedere che una cima una volta
calpestata non trasmetta quel senso di compimento agognato ma ci si accorga che
era quasi superflua rispetto ai passi compiuti per conquistarla. Così si può
andare in Val Montanaia per cercare di scalare quell’ “Urlo pietrificato di un
dannato” che da più di un secolo è un simbolo dell’alpinismo e trovarsi appagati
ed in pace con se stessi ancor prima di metter mano alla prima presa. Gli
ingredienti c’erano tutti s’intende: la notte tiepida e calma dei primi di
settembre, un anfiteatro di roccia che in pochi minuti è stato dipinto prima di
un rosso sanguineo e subito dopo ha virato verso un bianco lunare, un bivacco
accogliente e fresco di ristrutturazione, un pentolino di fagioli fumanti, un
fuoco che ha preso vita quasi per miracolo da un solo tovagliolo di carta, la
compagnia di un amico fidato, le stelle e la luna che hanno fatto dimenticare le
frontali, le nubi basse ai nostri piedi che facevano da tappo al vociare inutile
della pianura, la totale assenza di suoni. Con queste premesse lo spirito si
innalza, il tetto del bivacco è ormai un ricordo e presto te lo senti lassù già
di fianco alla campana, lui però ben si guarda dal muoverla per non rovinare
quel momento.
Di quel momento non so se di magia sia stato plasmato ma so solo che non l’avrei
barattato per nessuna cima al mondo.
Nicola B.
Notte al Campanile di Val Montanaia
2-3 sett 2006